martedì 27 giugno 2017

“Un po’ di follia in primavera” di Alessia Gazzola

UN PO’ DI FOLLIA IN PRIMAVERA
di Alessia Gazzola
LONGANESI
Il personaggio di Alice Allevi, protagonista di una fortunata serie di libri, nasce dalla penna di Alessia Gazzola.

Al primo volume intitolato “L’allieva”, pubblicato da Longanesi nel 2011, hanno fatto seguito diverse avventure la cui protagonista indiscussa è sempre questa simpatica specializzanda in medicina legale.

Per meglio orientarvi eccovi l’elenco completo:

L’allieva (2011)
Un segreto non è per sempre (2012)
Sindrome da cuore in sospeso (2012)
Una lunga estate crudele (2015)
Un po’ di follia in primavera (2016)
Arabesque (uscita prevista 10 novembre 2017)

Alice Allevi è una ragazza un po’ imbranata e pasticciona come Bridget Jones ma allo stesso tempo arguta e intuitiva come Kay Scarpetta; sempre alle prese con problemi di cuore, eternamente divisa tra la storia con il medico legale Claudio Conforti e il reporter Arthur Malcomess; la sua innata curiosità la porta ad andare oltre alle apparenze e così si ritrova spesso ad affiancare l’ispettore Calligaris nelle sue indagini.

In “Un po’ di follia in primavera” Alice è arrivata al termine del suo corso di studi, la tesi di specializzazione dovrà essere consegnata a breve; presto dovrà lasciare la sua stanza, la biblioteca, il laboratorio, insomma tutti quei luoghi a lei così cari.
Inevitabilmente il senso di perdita e la paura del cambiamento incombono su di lei.
Unica nota positiva: ha fatto finalmente una scelta definitiva nella sua vita sentimentale, l’eterno conflitto Claudio Conforti vs Arthur Malcomess è stato risolto e Alice sembra ormai serena e appagata.

Il caso di omicidio in cui è coinvolta in questo nuovo episodio è un caso piuttosto complicato e delicato.
Uno stimato accademico, il professor Ruggero D’Armento, un illustre psicologo dalla personalità molto carismatica, è stato assassinato nel suo studio.
Alice ricorda bene le lezioni tenute dal professor D’Armento che lei stessa aveva seguito all’università e per questo forse si sente ancora più coinvolta nello sviluppo delle indagini.
Il caso è notevolmente difficile non solo per la fama di cui godeva il professore, ma anche per tutte le persone che ruotavano intorno alla sua figura: la moglie dalla quale si stava separando, la sua assistente con cui tutti credevano che l’uomo avesse una relazione clandestina, i colleghi invidiosi del suo successo e infine i suoi pazienti con tutte le loro spaventose problematiche.  

Vi avevo già parlato dei libri della Gazzola qualche anno fa in occasione dell’uscita di “Le ossa della principessa”: la lettura di “Un po’ di follia in primavera” ha confermato la mia buona opinione dei suoi romanzi.

“Un po’ di follia in primavera” è una storia forse un po’ meno carica di suspense rispetto a “Le ossa della principessa”, ma più intrigante a livello di caratterizzazione dei personaggi e molto coinvolgente per come viene sviluppata l’indagine.

La presentazione degli indiziati e l’analisi del caso sono degni dei migliori intrighi e trame dei gialli di Agatha Christie.

Confermo anche la mia prima impressione sul fatto che i romanzi della Gazzola possano essere letti come storie a sé; qualità di non poco valore, vista la difficoltà nelle quali incorrono oggigiorno i lettori per districarsi nella vasta giungla delle serie libresche

Per chi volesse farsi comunque una veloce idea delle vicende precedenti, consiglio di recuperare la  serie tv tratta dai primi tre volumi della Gazzola.
Nelle puntate trasmesse da Rai1 lo scorso autunno, Alessandra Mastronardi vestiva i panni di Alice Allevi ed era affiancata dal collega Lino Guanciale nel ruolo di Claudio Conforti.





domenica 25 giugno 2017

“La musica in testa” di Giovanni Allevi

LA MUSICA IN TESTA
di Giovanni Allevi
RIZZOLI
Mi sono imbattuta in questo volume per caso in un giorno d’estate. Mentre passeggiavo sul lungomare con un’amica ho scorto una bancarella che vendeva libri e come potevo resistere? Mi sono avvicinata e tra tanti volumi ecco “La musica in testa” di Giovanni Allevi.
Sulla copertina una frase tratta dal libro Non bisogna mai avere paura di rompere le regole, se è il nostro cuore a chiederlo”.
Credo sia stato amore a prima vista anche se allora forse non lo sapevo ancora.

Il libro si è rivelato essere non una semplice autobiografia ma un vero e proprio atto d’amore di Giovanni Allevi verso quella che lui definisce la Strega capricciosa che ha monopolizzato la sua vita, Lei con la “L” maiuscola: la Musica.

L’autore come musicista non ha bisogno di presentazioni.
Giovanni Allevi è uno dei maggiori artisti del panorama internazionale: compositore, direttore d’orchestra e pianista. Ha inciso diversi album di proprie composizioni originali. I suoi dischi hanno venduto numerosissime copie nel mondo e i suoi concerti registrano il tutto esaurito da New York a Pechino.

Ma non è stato facile raggiungere il successo. Da quel primo concerto a Napoli eseguito davanti ad un pubblico di appena cinque persone alle esibizioni davanti a platee immense, la strada è stata lunga e difficile.
È proprio di questo faticoso percorso fatto di sacrifici, rinunce, forza di volontà, passione, dedizione che egli parla in questo bellissimo libro.

Giovanni Allevi si racconta in prima persona ma soprattutto racconta il suo amore per la musica. Lo fa in modo semplice e diretto, in un modo che arriva dritto al cuore del lettore.
La sensibilità e l’intensità che ritroviamo in queste pagine sono le stesse che contraddistinguono la sua musica.

Il racconto non si sviluppa necessariamente seguendo un rigido ordine cronologico, ma sembra piuttosto assecondare il flusso dei ricordi dell’autore.
Così leggiamo di quel primo concerto a Napoli in un’atmosfera surreale e subito dopo scorrono sotto i nostri occhi le immagini del bimbo di cinque anni che, lasciato solo a casa, trova il coraggio di trasgredire all’ordine paterno e si avvicina per la prima volta al pianoforte.
Nel corso dei mesi e degli anni quella tastiera lo accompagnerà nei suoi solitari pomeriggi e proprio su quella tastiera, di nascosto dai genitori, imparerà a suonare, da autodidatta, ascoltando le note e lasciandosi attraversare da esse; seduto con le gambe incrociate trascorrerà le giornate ad ascoltare i dischi e a immagazzinare musica, fino al giorno in cui deciderà, durante uno spettacolo scolastico in quinta elementare, di rivelare il suo grande segreto. Inizierà proprio in quel momento il suo percorso con un’insegnante in una scuola di musica.

Allevi ci racconta gli anni del conservatorio, dei suoi giorni bui e di quelli felici, del suo sogno americano e del suo primo viaggio a New York alla ricerca di un ingaggio, di quella volta in cui per riuscire ad avvicinare il maestro Muti accettò di improvvisarsi cameriere per una notte all’evento mondano dell’anno, della paura di suonare, delle sue lezioni come supplente di musica…

“La musica in testa” è un libro che intreccia vita e filosofia. Giovanni Allevi è una persona timida e introversa eppure è riuscito a superare ogni ostacolo, ogni difficoltà in nome della smisurata passione che nutre per la musica.
Lui, il ragazzino che non invitavano alle feste, il giovane che si sentiva estraneo ai suoi coetanei perché aveva il cuore immerso in un mondo che a loro non interessava, ha trovato il coraggio di superare i propri limiti e le proprie insicurezze per seguire la sua Strega capricciosa.

In un passo del libro Allevi scrive “Leopardi fa tenerezza. È il simbolo di tutti i timidi del mondo, dei solitari, di chi con l’arte ha sperato di superarsi. E c’è riuscito.”
Ecco, dinnanzi a queste righe, il lettore non può che estendere questa definizione anche all’autore di questo volume.
Una persona che nonostante il riscontro planetario di un grande successo riesce ancora ad emozionarsi, a stupirsi e continua a entrare in punta di piedi nell’anima delle persone, sorpreso da tanto calore del suo pubblico.

Potrei parlarvi per ore di “La musica in testa” ma vorrei davvero che lo leggeste e che scopriste da soli la bellezza, la semplicità e la delicatezza di questo meraviglioso libro.

I passi significativi da sottolineare in questo scritto sono davvero tanti, tantissimi; ho scelto di riportare questo perché credo che sia quello che più di ogni altro possa trovare riscontro nella quotidianità di ciascuno di noi:

Molte volte mi è stato detto: “Ma chi te lo fa fare?”. Imbarcarmi in un sogno più grande di me, sfidare le mie paure, espormi e affrontare il giudizio altrui. Le persone spesso ti scoraggiano per un eccesso di protezione, o peggio ancora perché riversano su di te le proprie paure e insicurezze.

E con l’augurio che ognuno di voi non smetta mai di credere nei propri sogni e nelle proprie capacità, vi saluto lasciandovi il link della pagina ufficiale di Giovanni Allevi:


Buona lettura e… buon ascolto!




mercoledì 21 giugno 2017

“La figlia del capitano” di Aleksandr Puškin (1799 – 1837)

LA FIGLIA DEL CAPITANO
di Aleksandr Puškin
CRESCERE EDIZIONI

Pëtr Grinëv, unico figlio maschio di un nobile ufficiale a riposo, fin dalla nascita è destinato a intraprendere la carriera militare.

Il padre però, ritenendo che il servizio nella Guardia imperiale alla quale il ragazzo è destinato non sia abbastanza formativo, decide di inviarlo a prestare servizio a Orenburg.

Durante il viaggio il sedicenne Pëtr Grinëv e il suo servitore Savél’ič, sorpresi da una tormenta, vengono soccorsi da un contadino che li accompagna a una locanda dove possono riposare e rifocillarsi prima di riprendere il loro cammino.

Giunti a Orenburg, vengono inviati alla fortezza di Bielogòrsk e qui Pëtr Grinëv conosce Mar’ja, la figlia del capitano, della quale si innamora ricambiato, ma il padre di lui è contrario al matrimonio.
Durante la permanenza a Bielogòrsk, Pëtr viene sfidato a duello dal giovane ufficiale švabrin, un pretendente precedentemente respinto da Mar’ja, e viene da questi ferito.

La fortezza è assalita dai cosacchi ribelli capitanati dal sanguinario Pugačëv che porta avanti il suo piano per farsi riconoscere dal popolo come nuovo zar.
I genitori di Mar’ja vengono giustiziati dal rivoltoso Pugačëv che altri non è che l’uomo che aveva soccorso Pëtr e Savél’ič sorpresi dalla tormenta.
Il ribelle per ringraziare della pelliccia di lepre ricevuta in segno di riconoscenza da Pëtr dopo che questi li aveva salvati conducendoli alla locanda, decide di ringraziare del gentile dono il giovane permettendogli di partire per Orenburg.

A Orenburg il consiglio preferisce attuare una tattica di difesa della fortezza piuttosto che affrontare il nemico in campo aperto.
Così quando Pëtr riceve una lettera da Mar’ja nella quale questa dichiara di essere in pericolo in quanto Švabrin, ora a capo della fortezza di Beilogòrsk, vuole costringerla a sposarlo, decide, ottenuto il consenso del suo superiore, di partire nel tentativo di salvarla.

Sulla strada incontra nuovamente Pugačëv che ancora una volta viene in suo soccorso, costringe Švabrin a liberare la giovane e a consegnarla a Pëtr insieme ad un salvacondotto che gli permetta di attraversare indisturbati i territori controllati dai ribelli.

Pugačëv alla fine verrò giustiziato e Pëtr Grinëv, accusato da Švabrin di essere stato uno degli insorti, sarà condannato a morte, pena che verrà poi commutata con l’esilio permanente in Siberia.
Mar’ja che ha compreso che Pëtr si è lasciato condannare ingiustamente, rinunciando a difendersi per non costringere lei a comparire in giudizio e rivivere così quei giorni terribili, chiede ed ottiene la grazia per l’amato dalla zarina Caterina II.

“La figlia del capitano”, pubblicato nel 1836, è un classico della letteratura russa dell’Ottocento.

L’opera rientra a tutti gli effetti nel filone dei romanzi di formazione.
Il giovane inesperto e viziato Pëtr, servendo nell’esercito, raggiunge la piena maturità e trova la sua strada distinguendosi per onore e valore, sempre pronto a difendere i propri ideali e la donna da lui amata.

Vizi e virtù umane sono perfettamente espresse attraverso i personaggi del romanzo, ma non tutti possono essere classificati come buoni o cattivi.
Švabrin è rancoroso, ostile e vendicativo, ma Pugačëv, il ribelle sanguinario e temuto da tutti, mostra aspetti diversi.
È l’uomo che ha permesso che persone innocenti venissero barbaramente giustiziate ma è anche colui che ha mostrato riconoscenza e gentilezza nei riguardi del giovane Pëtr Grinëv, tanto che questi separandosi da lui dirà:

Non posso spiegare quello che sentivo separandomi da quell’uomo terribile, mostro, scellerato per tutti, fuorché per me solo.

“La figlia del capitano” è un piacevole romanzo dalla lettura scorrevole e veloce, dalla trama dinamica e ricca di colpi di scena.

Una storia d’atmosfera, una favola dove, proprio come nelle fiabe, dopo che tutti i colpevoli sono stati puniti, all’eroe e alla sua amata viene riservato il classico finale da “e vissero tutti felici e contenti”.





domenica 18 giugno 2017

“In carne e cuore” di Rosa Montero

IN CARNE E CUORE
di Rosa Montero
SALANI
Soledad è appena stata lasciata dall’amante che aspetta un figlio dalla giovane moglie. Prossima a compiere sessant’anni Soledad non si riesce a rassegnarsi al passare del tempo.
Frustrata e avvilita desidera solo vendicarsi dell’amante quarantenne e decide, per farlo ingelosire, di ingaggiare un gigolò poco più che trentenne per farsi accompagnare a teatro dove quasi certamente incontrerà l’ex amante insieme alla consorte.
Quello che però doveva essere un semplice ed innocuo colpo di testa passeggero, per una serie di strane e straordinarie coincidenze, si trasformerà invece in una storia molto complicata e a tratti anche piuttosto pericolosa.

La protagonista del romanzo è una curatrice di mostre impegnata ad allestire un progetto espositivo sugli scrittori maledetti per la Biblioteca National di Madrid.
Le sue vicende si intrecciano con quelle degli artisti che lei intende presentare al pubblico.
Soledad si sente molto vicina a questi autori e alla definizione che lei stessa dà di cosa sia uno “scrittore maledetto”:

Essere maledetto è voler essere come gli altri senza riuscirci. È voler essere amato e invece suscitare soltanto diffidenza o qualche risata. Essere maledetto è non sopportare la vita e soprattutto non sopportare se stessi.

Soledad non accetta di invecchiare, ha paura della solitudine ma soprattutto ha paura che il tempo che le rimane non sia abbastanza per poter continuare a vivere come ha sempre fatto.
Soledad guarda le donne più giovani e le invidia. Invidia i loro fisici asciutti e perfetti, ma più di ogni altra cosa invidia loro la possibilità di cambiare prospettive di vita, di fare scelte diverse senza pentirsene, di avere la possibilità di tornare indietro sui propri passi e cambiare strada.
Alla sua età invece ogni scelta diviene una scelta definitiva e immutabile, il cambiamento e i ripensamenti le sono preclusi, non potrà più essere qualcuno di diverso, non potrà far altro della sua vita.

Essere vecchi significava avere irrimediabilmente un passato e non più il tempo per correggerlo.

Con l’avanzare degli anni inoltre diventa sempre più difficile accettare l’abbandono, il fallimento, il disamore e ci si trova a porsi domande a cui diventa impossibile e doloroso cercare di dare una risposta

Che cos’era peggio, non essere mai stata amata, o che qualcuno avesse smesso di amarla?

Non è facile essere in grado di suscitare l’interesse del lettore fin dalle prime righe di un romanzo.
Solo alcuni grandi autori classici ci sono riusciti, mi vengono in mente gli incipit di Orgoglio e Pregiudizio di Jane Austen e di Anna Karenina di Lev Tolstoj, giusto per citarne alcuni.
L’incipit di In carne e cuore è davvero energico, di impatto e riesce a racchiude in poche righe il senso di tutto il romanzo:

La vita è un breve intervallo di luce tra due nostalgie: la nostalgia di ciò che non si è ancora vissuto e quella di ciò che non si potrà più vivere. E il momento in cui bisogna agire è così confuso, così sfuggente ed effimero, che lo si spreca guardandosi intorno storditi.

In carne e cuore è un romanzo attuale e intelligente dalla trama leggera e divertente.

Un libro che si legge tutto d’un fiato perché è una storia coinvolgente che affronta con ironia temi che toccano tutte le donne molto da vicino.

Un romanzo utile a far capire a noi donne che quello che proviamo alla fine è comune a tutte noi e che, se riuscissimo a crederci veramente, forse riusciremmo ad essere anche un po’ più indulgenti con noi stesse e con le altre, ritrovando anche un po’ di quella complicità femminile che sembra ormai solo uno sbiadito ricordo.




domenica 11 giugno 2017

“La sonata a Kreutzer” di Lev Tolstoj (1828 – 1910)

LA SONATA A KREUTER
di Lev Tolstoj
PASSIGLI EDITORE
Il romanzo, pubblicato nel 1889 e opera della piena maturità di Lev Tolstoj, deriva il suo titolo dall’omonima sonata per violino e pianoforte di Beethoven.

Durante un viaggio in treno si accende una discussione tra alcuni viaggiatori. L’argomento della controversia è il matrimonio: mentre una moderna e liberale signora sostiene che l’unico fondamento dell’unione matrimoniale debba essere l’affinità sentimentale, un anziano signore dalle idee maschiliste e bigotte si dichiara sostenitore di tutt’altro partito.
A favore della tesi sostenuta dall’attempato mercante si schiera un passeggero di nome Pòzdnyshev che, qualche pagina più avanti, racconterà la propria storia ad un altro viaggiatore.

Pòzdnyshev è un uxoricida assolto dalla giuria, ritenuto non colpevole in quanto marito tradito che agì per difendere il proprio onore oltraggiato.
La sua storia ebbe inizio quando da giovane commise l’errore di sposare una ragazza solo per la sua avvenenza.
Ben presto il matrimonio si rivelò una schiavitù per entrambi e iniziarono i litigi che si ripeterono con sempre maggiore frequenza.
La nascita dei figli non fece che peggiorare il rapporto tra loro e le divergenze diventarono presto incolmabili.
Il marito provava una gelosia smisurata nei confronti della moglie, non tanto dettata dall’amore che ormai si era completamente dissolto, quanto piuttosto da un ossessivo desiderio di possesso. Lei, da parte sua, per lui provava solo fastidio e irritazione.
Il caso volle che Pòzdnyshev presentasse alla moglie un vecchio conoscente, un musicista.
Un giorno la donna e l’amico eseguirono, lei al piano e lui al violino, la sonata a Kreutzer di Beethoven, e dall’intesa che sbocciò tra loro, dall’espressione dei loro volti nacque in Pòzdnyshev il sospetto del tradimento della moglie, sospetto che lo porterà a compiere l’estremo gesto.

In “La Sonata a Kretuzer” Tolstoj descrive in modo preciso la rovina del rapporto amoroso: dalla passione iniziale, all’indifferenza, alla gelosia, all’odio sino al delitto.
La psicologia degli amanti è indagata minuziosamente, psicologia che l’autore aveva già analizzato nel suo celebre romanzo Anna Karenina, pubblicato nel 1877.

Il tema centrale del romanzo è la perdizione dell’uomo in balia dei suoi sensi.
Scritta dopo la cosiddetta “conversione ai Vangeli” di Tolstoj, l’opera, intrisa di religiosità, è un invito a liberarsi dei piaceri della carne che inducono l’uomo a comportarsi come le bestie allontanandolo dalla sua vera natura.

“La sonata a Kreutzer” è un romanzo autobiografico, Tolstoj si rifà alle proprie esperienze personali: il tradimento, le liti famigliari, lo schierarsi dei figli a favore di uno o dell’altro genitore nelle contese di tutti i giorni.
Tolstoj, nell’incipit di Anna Karenina, scriveva “Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”; ora questo concetto sembra essere ormai superato, in queste pagine di denuncia e accusa Tolstoj afferma che la felicità famigliare non può esistere perché i rapporti sono inevitabilmente destinati ad un tragico degenerare.  

“La sonata a Kreutzer” contrariamente alle altre opere di Tolstoj è un romanzo breve e pertanto di più facile approccio per ogni tipo di lettore.

Il racconto è intenso e ricco di pathos; il lettore riesce a sentirsi così partecipe del tormento interiore del protagonista tanto da avere l’impressone, pagina dopo pagina, di viaggiare egli stesso su quel treno e ascoltare in prima persona il racconto di Pòzdnyshev.

Pòzdnyshev chiede perdono alla moglie sul letto di morte e chiede perdono al compagno di viaggio quando questi, arrivato a destinazione, si congeda da lui.
Nella sua pazzia riesce a comprendere davvero la gravità del crimine commesso solo alla vista del cadavere.

In un’epoca in cui un uomo era ritenuto innocente di un delitto d’onore anche solo per un sospetto di tradimento, al lettore resta il dubbio: la moglie aveva tradito davvero Pòzdnyshev?

È vero che lui sorprese la moglie a cena con il violinista, è vero che all’epoca non era decoroso per una signora ricevere un uomo da sola di sera nella propria casa, ma è pur vero che i figli dormivano nelle stanze accanto, che la servitù era in servizio. La moglie poteva davvero scegliere di consumare un tradimento in tale situazione?
Pòzdnyshev non colse mai in fragrante la moglie per cui sarebbe plausibile che tutto fosse stato generato esclusivamente dalle sue ossessioni.

Ai lettori l’ardua sentenza….






mercoledì 7 giugno 2017

“Lettera al padre” di Franz Kafka (1883 – 1924)

LETTERA AL PADRE
di Franz Kafka
SE Studio Editoriale
Franz Kafka nacque nel 1883 a Praga in una famiglia ebraica di agiate condizioni.
Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento Praga offriva un vivacissimo ambiente culturale ed artistico. Fu proprio questo ambiente praghese in cui si confrontavano tre culture diverse (quella ceca, quella tedesca e quella ebraica) ad influire sulla crescita e sull’evoluzione artistica e personale di Franz Kafka.
Terminati gli studi liceali, il giovane Kafka conseguì, come da imposizione paterna, la laurea in legge. Il suo primo impiego fu presso le assicurazioni Generali e successivamente presso l’Istituto di assicurazioni contro gli infortuni sul lavoro.
Kafka non si rassegnò mai alla monotona e triste vita impiegatizia e continuò pertanto a coltivare la sua passione per la letteratura, passione che si era in lui manifestata sin dai primi anni di scuola.
Dal 1917 al 1924, anno della sua morte, lo scrittore, affetto da una violenta tubercolosi, abbandonò definitivamente il lavoro.
Tra le varie opere di Kafka il suo racconto più celebre è senza dubbio “La metamorfosi”, ovvero la storia di un uomo, tale Gregor Samsa, che una mattina si sveglia e realizza con orrore di essersi trasformato in uno scarafaggio. Un essere repellente e superfluo, qualcosa di ripugnante persino per i suoi stessi familiari che vedranno la sua morte come una liberazione.
Nel 1924 Kafka morì in sanatorio lasciando il compito all’amico Max Brod di distruggere tutta la una produzione. Questi contravvenne alle sue ultime volontà e al contrario curò un’edizione postuma di tutta la sua produzione che usci nel 1927.

“Lettera al padre” fu scritta nel 1919 ma non fu mai consegnata al suo destinatario. L’originale è battuto a macchina con correzioni a mano tranne le due ultime pagine che sono scritte interamente a mano.
“Lettera al padre” è un violento atto d’accusa in cui Kafka esprime il difficile e controverso rapporto con il genitore. A lui infatti attribuiva la colpa per essere stato condannato ad una vita fatta di isolamento e di contraddizioni.
Kafka disapprova il padre per la durezza dei modi, la poca sensibilità, l’irascibilità ma ne è allo stesso tempo affascinato.
Non può fare a meno di confrontare il proprio aspetto fisico ed il proprio carattere con quelli paterni, uscendone sempre purtroppo irrimediabilmente sconfitto.
Anche in età avanzata il fisico del genitore risulta agli occhi di Kafka ancora prestante, alto, imponente; il suo è invece un fisco malaticcio, debole, magro.
Il carattere del padre è tenace, combattivo, dotato di presenza di spirito, Franz invece percepisce se stesso come un essere ansioso, titubante, inquieto.
Kafka in cuor suo sa che, se anche il padre fosse stato meno dispotico, meno tirannico, forse il suo carattere non ne avrebbe beneficiato molto, ma l’accusa che rivolge al genitore è quella di non aver mai cercato di provare a comprenderlo, di non aver mai provato, almeno una volta, a capire le sue inclinazioni e le sue ragioni.

Franz Kafka visse tutta la sua esistenza come un escluso, combattuto tra il desiderio di voler partecipare alla vita attiva degli “adulti” ed allo stesso tempo senza volervi mai veramente prendere parte; desideroso in verità di restare ai margini di quella società industriale e commerciale che lo affascinava e al tempo stesso rifiutava sentendola completamente estranea alle sue più profonde inclinazioni.
Colpa e condanna governano le vicende umane, condizioni che divengono tema dominante nei suoi scritti.

L’uomo secondo Kafka è costretto ad un’esistenza sperduta e disperata e, nonostante provi a riscattarsi, i suoi tentativi sono destinati inevitabilmente al totale fallimento.
Kafka stesso si sente uno straniero, un emarginato condannato ad essere per sempre escluso da un’esistenza felice e libera.
Percepisce suo padre come l’uomo dell’autorità, un uomo sicuro di sé, un self made man. Suo padre rappresenta tutto ciò che lui non sarà mai in grado di essere. Ma lo scopo di vita del padre, quello a cui si attiene la maggior parte del mondo degli adulti, non è lo scopo che persegue Franz Kafka.
Kafka avrebbe voluto essere compreso dal padre ma non avrebbe mai voluto far veramente parte di quel suo mondo commerciale che egli sentiva completamente estraneo.
Il padre era un uomo solido, quadrato, intransigente e il giovane Kafka fu irrimediabilmente condannato alla fuga, all’amarezza, all’afflizione e alla lotta interiore, a quel “male di vivere” a cui sono condannati tutti i protagonisti kafkiani.

“Lettera al padre” è un’opera di appena una settantina di pagine che si leggono molto velocemente grazie ad una scrittura scorrevole e piacevole.
Il testo è un testo intimo nel quale Kafka raccontando se stesso al padre, si racconta in prima persona anche al lettore rivelando di possedere una personalità estremamente contemporanea.
In “Lettera al padre” Kafka esprime se stesso, il suo sentire, i suoi sentimenti, le sue angosce, il suo pensiero e tutto ciò rende la lettura di questo scritto una lettura indispensabile per meglio comprendere non solo l’autore Franz Kafka ma tutta la sua produzione letteraria.





giovedì 25 maggio 2017

“Sottovento e sopravvento” di Guido Mina di Sospiro

SOTTOVENTO E SOPRAVVENTO
di Guido Mina di Sospiro
PONTE ALLE GRAZIE
Nel mar dei Caraibi dovrebbero esserci due isolette gemelle, le Negrillos, dove i pirati hanno nascosto, centinai di anni fa, un immenso tesoro razziato a ben sedici galeoni spagnoli. Usiamo il condizionale perché in verità di queste due isolette, di questi due piccoli puntini di sabbia, nessuna carta fa più menzione dopo l’anno 1867.

Un narcotrafficante colombiano incarica Christopher e Marisol di ritrovare l’intero tesoro in modo da poter giustificare i suoi loschi introiti e sfuggire una volta per tutte alle indagini condotte su di lui dalle autorità statunitensi.

Christopher Foley è un cacciatore di tesori, un irlandese nato povero e gobbo; un uomo semplice, poco istruito, istintivo, che vive alla giornata.
Marisol, di origini cubane ma vive negli Stati Uniti, è invece una donna colta, molto intelligente, una filosofa. Una di quelle persone che, qualunque scopo si prefiggano nella vita, riescono a raggiungerlo con successo.
Due personalità all'apparenza molto diverse quelle di Marisol e Chris che però, nell'avvicendarsi del racconto, si riveleranno oltremodo ben assortite tanto da riuscire, ovviamente non senza sforzi da parte di entrambi, a trovare un giusto equilibrio che li aiuterà anche a comprendere meglio non solo loro stessi ma anche il senso della vita.

Il libro già dall’immagine della copertina, dove la forma del mare ci fa pensare ad una terra non sferica ma cubica, ci invita a pensare che il romanzo racchiuda in sé più di una semplice storia d’avventura intesa nel senso letterario della parola.
Il titolo poi “Sottovento e sopravvento” ci conferma quanto abbiamo magari solo per un momento ipotizzato. Infatti, come viene poi spiegato anche da una nota dell’autore, la doppia “v” in sopravvento presenta polisemia, ovvero diversi significati.

La ricerca intrapresa da Chris e Marisol li condurrà non solo al ritrovamento di un tesoro materiale ma anche di un “tesoro filosofico”.
Il vero tesoro infatti consisterà non nel ritrovamento del comune metallo prezioso ma piuttosto nel ritrovamento dell’oro dei filosofi.

“Sottovento e sopravvento” è un romanzo singolare, curioso e per certi versi inaspettato, una vera sorpresa a dirla tutta.

Proprio per questo sono particolarmente contenta di aver potuto rivolgere alcune domande direttamente all’autore Guido Mina di Sospiro che ringrazio per la disponibilità dimostratami e colgo l’occasione per ringraziare anche Matteo Columbo dell’ufficio stampa di Ponte alle Grazie per averlo reso possibile.

Consigliandovi la lettura del romanzo, quale miglior modo di stuzzicare la vostra curiosità se non con le parole dell’autore stesso?

Chris e Marisol hanno due personalità completamente differenti ma alla fine scoprono di essere molto più simili di quanto ci si aspetterebbe. Entrambi, a modo loro, son cercatori.
A chi si sente più vicino? Quanto è importante per lei la voglia di cercare, di indagare?

A chi mi sento più vicino…eh a tutti e due. Chris ha un approccio più istintivo, che io vorrei avere e che non ho. Però mi piace molto perché si arrangia, vive alla giornata, non ha bisogno di fare grandi piani, grandi programmi. Marisol ha un approccio cerebrale, algido, molto artificiale, arbitrario però anche molto intelligente, molto brillante che si va ad infrangere contro qualcosa di infrangibile cioè i paradossi.
I paradossi sono un problema dello scibile umano occidentale mentre sono la delizia dello Zen, delle storie Sufi e del Dao ecc.
Quindi mi sento vicino ad entrambi ma non sono proprio né uno né l’altro.

La voglia di cercare, di indagare è fondamentale. Credo che la curiosità sia un dono, io sono nato curioso.
Sono un lettore onnivoro, sto sveglio di notte a leggere Wikipedia, mentre da ragazzo quando non c’era Wikipedia leggevo l’enciclopedia britannica a caso, qualunque cosa mi interessava moltissimo. Tuttora sono molto, molto curioso.
La curiosità, poi, può trascendere nella voglia di cercare e nel lavorare finché si trovino delle risposte.

Marisol e Chris ad un certo punto si ritrovano a vivere nel “paradiso terrestre”. Cibo gratis, poche preoccupazioni ma contrariamente a quello che si potrebbe pensare invece di essere felici la noia prende il sopravvento e tutto diviene un comatoso sopravvivere. La vita per avere un senso deve essere lotta, mischia oppure secondo lei si può realizzare sé stessi anche attraverso altre vie?

La vita così come concepita per noi esseri umani penso che sia una sfida. Penso che se non la si concepisce come sfida possa essere effettivamente uno stato comatoso come dice lei. Quindi secondo me, sì, ci si deve realizzare cercando di trascendere sé stessi ed arrivare più in là di quelli che si pensava fossero i nostri limiti.

Lei crede che sia il caso a regolare le nostre vite oppure siamo noi i soli artefici del nostro destino?

È una via di mezzo fra i due cioè non siamo né dei pupazzi in mano al caso né siamo del tutto artefici del nostro destino. Per esempio I Ching che è il libro delle combinazioni cinese di cinquemila anni fa, ci insegna proprio ad avere delle risposte da questo libro oracolare e poi a comportarci secondo quanto ci viene detto. Quindi non può succederci niente se non facciamo assolutamente niente ma, alle volte, nonostante i nostri sforzi non si arriva a nulla. È quindi una via di mezzo tra i due, bisogna saperla interpretare.

Quanto è importante secondo lei riuscire a mantenere viva la capacità di sognare?

È fondamentale perché una vita senza sogni è una vita tristissima, mentre una vita solo di sogni è una vita inutile, sprecata.


Guido Mina di Sospiro è cresciuto a Milano in una casa in cui si parlavano diverse lingue, ha studiato chitarra classica prima di lasciare l’Italia per la California dove ha frequentato la School of  Cinema Production of  Southern California; da allora risiede negli Stati Uniti. I suoi libri – scritti in inglese – sono stati tradotti in dodici lingue. Ricordiamo tra gli altri Il fiume, L’albero, La metafisica del ping-pong. Scrive inoltre per il blog Reality Sandwich e per il sito Disinformation, entrambi di New York City. Vive vicino a Washington DC con sua moglie.




sabato 13 maggio 2017

“Il vecchio barone inglese” di Clara Reeve (1729 – 1807)

IL VECCHIO BARONE INGLESE
di Clara Reeve
SuperBEAT
Ambientato nell’Inghilterra di Enrico VI (1421 – 1471), Il vecchio barone inglese (titolo originale dell’opera The champion of virtue, a gothic story, intitolato solo nella seconda versione The Old English Baron), è il libro più famoso di Clara Reeve.
Scritto nel 1777 è oggi considerato un classico della letteratura gotica.

Sir Philip Harclay, dopo una lunga assenza dall’Inghilterra, rientra in patria e al suo ritorno deve purtroppo fare i conti con diversi cambiamenti.
Decide di intraprendere un viaggio per scoprire cosa sia accaduto al suo vecchio amico Lord Lovel dal quale da anni non riceve più notizie.
Giunto al castello dei Lovel apprende la triste notizia che l’amico e la moglie, in attesa del loro primo figlio, sono deceduti anni prima.
Titolo e proprietà di Lord Lovel sono passati a un cugino che, dopo aver vissuto qualche tempo al castello, ha venduto la proprietà al cognato, il barone Fitz-Owen
Al castello il barone vive ora con i suoi tre figli e due suoi nipoti.
Sir Philip Harclay ricevuto con ogni rigurado dal barone Fitz-Owen, fa la conoscenza di un interessante giovane, Edmund Twyford, che questi ha preso a vivere stabilmente in casa.
Edmund, nonostante le sue umili origini, egli è infatti figlio di un contadino, si contraddistingue per la sua intelligenza oltre ad essere un ragazzo brillante e imbattibile nel tiro con l’arco.
All’inizio è ben voluto da tutti, ma con il passare degli anni Edmund cade in disgrazia a causa dell’invidia dei parenti del barone.
Il barone però quando si rende conto che l’astio nei confronti del ragazzo è totalmente ingiustificato, propone che Edmund trascorra tre notti in un’ala abbandonata del castello che si dice sia infestata dai fantasmi prima di lasciare la casa e cercare la sua fortuna altrove.
Proprio in queste stanze però Edmund apprenderà molte cose sul suo passato e sulle sue origini, riportando alla luce un segreto che è ormai tempo che venga svelato.

Vorrei spendere pochissime parole per inquadrare brevemente l’epoca in cui fu scritto il romanzo.
Nel 1765 fu pubblicato il libro che creò il genere gotico ovvero Il castello di Otranto (The castle of Otranto) di Horace Walpole (1717-1797).
Molti furono gli imitatori del genere e tra questi appunto ritroviamo la nostra Clara Reeve la quale, a differenza di Walpole, cercò nonostante l’elemento fantastico di rendere la storia più verosimile possibile e lo vediamo ad esempio nel tentativo di dare delle precise coordinate storiche alla vicenda.
Il vecchio barone inglese ebbe tra l’altro una notevole influenza anche sulla stesura di Frankenstein di Mary Shelley (1797 -  1851).
L’autrice di maggior successo nel genere gotico sarà poi Anne Radcliffle (1764-1823) di cui possiamo ricordare il libro di maggior successo I misteri di Udolpho (The mysteries of Udolpho).

Il personaggio di Edmund Twyford, l’eroe del romanzo, incarna tutti gli ideali della cavalleria cortese: egli possiede senso dell’onore, è un prode, un coraggioso; seguace dei dettami dell’amor cortese tratta con profondo rispetto e deferenza la donna da lui amata, Emma la figlia del barone Fitz-Owen.

La storia del romanzo risulta piuttosto elementare e scontata; i sentimentalismi sono spesso esagerati, il sentimento di pietas poi che caratterizza alcuni personaggi può risultare a volte esasperante agli occhi di un lettore moderno, così come il confidare ciecamente nella Provvidenza con la P maiuscola dei protagonisti può apparire troppo stucchevole.
La verità è che bisogna amare il genere e l’epoca in cui fu scritto il romanzo per apprezzarne davvero lo spirito.

Il libro, tra l’altro molto breve sono appena 150 pagine, racchiude in sé tutti gli elementi del romanzo gotico: un castello buio e spaventoso, atmosfera cupa, il malvagio usurpatore, il giovane eroe ignaro delle sue nobili origini, stanze infestate dai fantasmi.

Per gli appassionati del romanzo gotico è un classico da non perdere che spingerà inevitabilmente il lettore ad andare a scovare altri testi di autori dimenticati dell’epoca.




lunedì 1 maggio 2017

“L’amore prima di noi” di Paola Mastrocola

L’AMORE PRIMA DI NOI
di Paola Mastrocola
EINAUDI
Se ti seguissi, Orfeo, mi riporteresti alla solita vita, giornate che finiscono e ripartono, e alla fine ci lasciano invecchiati, di nuovo sull’orlo di lasciarci.
L’amore è lontananza, si nutre di distanze impercorribili. Non ho bisogno di vivere con te. In questo buio dove non ti vedo e non ti ho, è perfetto amarti. Fare a meno di te è l’amore.

Sono queste frasi tratte dal libro e riportate sulla quarta di copertina che mi hanno spinto a scegliere "L’amore prima di noi" tra le tante proposte in libreria.

Mi incuriosiva l’idea di poter leggere in chiave moderna la bellezza degli antichi miti.

Attraverso il mito gli uomini hanno tramandato la storia, hanno spiegato l’universo e hanno indagato l’animo umano, hanno cercato di dare una spiegazione a sentimenti come odio, passione, frustrazione, pietà, amore…

E’ proprio l’amore una delle principali tematiche toccate dalla mitologia. Tutti noi ricordiamo bene le favole di Orfeo ed Euridice, Amore e Psiche, Admeto e Alcesti, solo per citare alcuni tra i miti più conosciuti, ma potremmo andare avanti all’infinito.

Ognuna di queste storie si lega alle altre perché sono proprio i destini dei protagonisti a essere inevitabilmente congiunti gli uni agli altri per volere degli dei.

Quegli dei immortali e infiniti ai quali gli uomini hanno sempre guardato con ammirazione e desiderio, senza sapere che erano proprio quelle stesse divinità, bloccate nella noia dell’eternità, a invidiare ai comuni mortali la loro caducità e le loro fragilità.

Paola Mastrocola in “L’amore prima di noi” rilegge i miti facendoli divenire suoi, li filtra attraverso le esperienze, i ricordi e le letture fatte negli anni.
Innumerevoli sono infatti gli scrittori, filosofi e poeti che nel corso dei secoli hanno raccontato i miti aggiungendo o togliendo qualcosa oppure reinventandone alcune parti.
Il mito appartiene a tutti noi, appartiene all’umanità e non c’è un modo giusto o sbagliato di raccontarlo, almeno questo è ciò che sostiene l’autrice del libro.

“L’amore prima di noi” è un viaggio, un viaggio che racconta l’amore in tutte le sue forme; ogni sezione è dedicata a una specificità di questo sentimento o del suo manifestarsi.
L’amore è di volta in volta rapimento, ombra, fuga, sguardo, eccesso, divieto, viaggio, segreto, dono e infine è l’intero universo che ci circonda.
Ognuna di queste forme di amore è raccontata attraverso i miti, da quelli il cui ricordo è sempre rimasto con noi a quelli che invece nel corso degli anni ci sembrava di aver perduto, ma la cui reminiscenza riaffiora piacevolmente alla nostra mente grazie alle pagine di questo suggestivo libro.

Come la conchiglia che resiste all’impeto dell’onda sullo scoglio, e rimane abbarbicata. Come affondare le unghie nella roccia, e non importa il sangue. L’amore prende tante forme, anche quelle che non vorremmo.

L’amore è cambiamento, trasformazione ma anche silenzio e abbandono; è una luce potente che può squarciare il buio della notte, ma il prezzo da pagare è altissimo perchè distacco e assenza possono annientare l’essere umano.

L’amore è trovare il coraggio di opporsi al pensiero altrui, è trovare la forza di credere solamente alla verità dei propri sentimenti.

Con “L’amore prima di noi” Paola Mastrocola ci regala una diversa lettura delle grandi storie d’amore della mitologia e dei miti in generale; una nuova prospettiva interessante e verosimile in molti suoi aspetti.

E’ infatti ipotesi più che realistica pensare che Orfeo sia stato colto dai dubbi nel momento fatidico e abbia avuto paura di riprendere Euridice con sé, spaventato dall’idea di ricadere nella routine. 
E’ più che plausibile che la stessa Euridice, varcata ormai da giorni la soglia dell’al di là, sia stata colta dai dubbi, dalla paura di dover rivivere tutto dall’inizio: morte, separazione, senso di smarrimento.
Che dire poi di Teseo? Tutti conosciamo il mito e sappiamo che abbandonerà Arianna su un’isola. Ma se lui avesse previsto tutto fin dall’inizio? Se l’abbandono fosse stato premeditato, se lui non l’avesse mai amata e se ne fosse servito sin dal primo momento solo perché aveva bisogno del suo aiuto per uccidere il Minotauro?

“L’amore prima di noi” di Paola Mastrocola è un libro molto affascinante, ma un consiglio prima che decidiate se affrontare o meno la sua lettura.
Siete tra coloro che si sono sempre interrogati sul seguito del e vissero felici e contenti?
Se la risposta è affermativa allora questo è il vostro libro, in caso contrario…






giovedì 13 aprile 2017

“La vendicatrice” di Mark Dawson

LA VENDICATRICE
di Mark Dawson
LONGANESI
Beatrix Rose è una bella donna dai capelli biondi, alta e magra, ma la cosa che colpisce di più guardandola non è la sua bellezza ma piuttosto la sua espressione fredda e scaltra, quella nota di durezza nello sguardo che la caratterizza.

Non c’è pietà sul suo viso, nessuna empatia, nessuna comprensione.

E’ una donna cauta e la sua cautela è dovuta ad un passato dal quale non si potrà mai congedare.

Beatrix Rose è una madre premurosa, ma allo stesso tempo è anche una letale assassina.

Ex agente dei servizi segreti britannici, c’era stato un tempo in cui pensava di combattere dalla parte del bene, ma questo era stato prima che i suoi stessi compagni la tradissero, uccidessero suo marito e le rapissero la figlia Isabella di appena tre anni.

Oggi Beatrix Rose vive a Marrakech insieme alla figlia ormai tredicenne e, dopo otto lunghi anni di separazione, potrebbe finalmente lasciarsi tutto alle spalle cercando di recuperare il tempo perduto con Isabella e ricostruire il loro rapporto.

Il destino però le riserva una terribile sorpresa: il tumore che le è stato diagnosticato è ormai ad uno stadio troppo avanzato perché possa essere arrestato.

Nell’anno di vita che le resta Beatrix Rose ha un solo desiderio: “la vendetta”; farla pagare a tutti coloro che l’hanno tradita diventa la sua priorità.

“La vendicatrice” è il primo romanzo della serie dedicata a Beatrix Rose.
Proprio il personaggio di Beatrix Rose era già apparso nella serie precedentemente scritta dallo stesso autore e dedicato al personaggio di John Milton.

Mark Dawson è un vero fenomeno letterario, un autore molto prolifico, con 20 romanzi all’attivo in soli tre anni e un seguito di lettori molto nutrito.
Dalla serie di libri che vede Beatrix Rose come protagonista sarà presto tratta una serie televisiva.

Beatrix Rose è un personaggio vulcanico e inquietante. Un vero enigma per il lettore che trova piuttosto difficile riuscire a conciliare i due aspetti della sua personalità: quello di madre premurosa e quello di spietata assassina.

La scrittura di Mark Dawson è scorrevole, descrittiva e piacevole.
La lettura scivola veloce e ci si ritrova a leggere l’ultima pagina senza quasi rendersene conto.
La storia è adrenalina, convincente e purtroppo anche terribilmente attuale.

Dico purtroppo perché, nonostante davvero abbia apprezzato la trama veloce del romanzo e la scrittura fluida dell’autore grazie alle quali l’attenzione del lettore viene catturata fin dalla prima pagina, sono rimasta piuttosto sconcertata da come sentir parlare ogni giorno di attentati, campi profughi, estremisti sia diventato ormai talmente ordinario e consueto che, leggendo il libro di Dawson, tutto risulti così tristemente familiare e normale.

“La vendicatrice” è però oggettivamente un thriller appassionante e coinvolgente, carico di suspense e ben scritto e, se amate il genere, questo romanzo vi conquisterà così come resterete affascinati dalla sua coraggiosa ed audace protagonista.

La vendetta di Beatrix Rose è solo iniziata e molti interrogativi sono rimasti aperti...




domenica 2 aprile 2017

“Demelza” di Winston Graham

DEMELZA
di Winston Graham
SONZOGNO
“Demelza” è il secondo episodio della saga che, come già anticipatovi nel mio post dedicato al primo volume “Ross Poldark”, si sviluppa in un arco di tempo che va dal 1783 al 1820. Questa fortunata ed avvincente serie storica è composta da ben dodici romanzi.

Questo secondo episodio inizia con la nascita della bambina di Demelza e Ross, Julia Poldark.
Lo scandalo suscitato dalle nozze del gentiluomo con la bella e brillante figlia di un semplice minatore non si è ancora affievolito.
Demelza, nonostante faccia il possibile per assumere i modi eleganti del suo nuovo rango, fatica a conciliare le sue umili origini con i modi altezzosi della società a cui appartiene il marito.
Non è però nella natura di Demelza arrendersi; lei è una donna forte e,  grazie alla sua capacità di essere flessibile, riesce a trovare sempre la forza ed il coraggio di stare vicina al marito che si trova ora più che mai in difficoltà.
L’industria del rame è sull’orlo del collasso a causa di banchieri senza scrupoli come George Warleggan, i minatori sono ridotti alla fame e dalla Francia soffiano i venti della rivoluzione.
Ross Poldark si trova sull’orlo della bancarotta, ma nonostante il rischio di perdere tutto ciò che ha costruito, decide di sfidare i potenti nel tentativo di riportare giustizia e prosperità nella terra che ama con tutto se stesso.

Spesso accade che, dopo un primo episodio brillante, la storia perda intensità; non è questo il caso di “Demelza”. Il secondo libro della saga nata dalla penna di Winston Graham è perfettamente in linea con il primo volume: appassionante, avvincente e romantico.

Uno dei punti di forza del romanzo è la capacità dell’autore di ampliare il racconto con l’introduzione di nuovi personaggi che interagiscono con i protagonisti.
Queste figure, solo apparentemente secondarie, da un lato riescono a dare vivacità alla narrazione e dall’altro a regalare più ampio respiro alle figure principali.
La storia infatti, grazie a questi nuovi personaggi, non si ripiega mai su stessa, evitando così quello che spesso accade nelle saghe, ovvero un ripetersi monotono della narrazione che vede sempre i medesimi protagonisti al centro di vicende che tendono sempre a ripetersi uguali a se stesse.

La storia di Keren Smith e Mark Daniel, che occupa gran parte del secondo libro, è un chiaro esempio della maestria di Graham di ampliare gli orizzonti della sua storia.
Keren e Martin, pur essendo personaggi apparentemente secondari all’interno della saga dei Poldark, diventano coprotagonisti a tutti gli effetti di questo secondo volume.
Questa loro centralità è inoltre fondamentale per introdurre e delineare il carattere di un nuovo e attraente personaggio che entra a far parte della saga in questo episodio: il dottor Dwight Enys.

Nel secondo volume, grazie al provvidenziale intervento di Demelza, Verity, la cugina di Ross, riesce finalmente a coronare il suo sogno d’amore con il capitano Blamey.
Verity si conferma il personaggio austeniano della saga e forse per questo a me particolarmente caro.

A differenza degli episodi televisivi tratti dalla saga dei Poldark, il libro riesce ad entrare più in profondità nel modo di sentire dei personaggi e a scandagliare meglio il loro animo umano.

Nel libro, ad esempio, si avverte maggiormente l’intensità con cui Ross si sente eternamente diviso tra le due donne della sua vita.
Nonostante l’amore che l’uomo prova per la moglie, la vivace e volubile Demelza, sempre guidata in ogni sua azione dall’istinto, egli non è mai riuscito veramente a dimenticare del tutto il suo primo amore: la bella ed elegante Elizabeth, la donna raffinata, aristocratica, abituata alle comodità e così suscettibile alla fatica.
Ogni volta che le due entrano in contatto Ross non riesce a fare a meno di paragonarle tra loro:

Entrambe avevano qualcosa che all’altra mancava.

Le vicende narrate in “Demelza” si chiudono appena qualche fotogramma prima della conclusione dell’ultimo episodio della prima serie del period drama prodotto dalla BBC (2015).

Come per il primo volume, nonostante il finale rimanga aperto, il libro, al contrario della serie televisiva, non impone al lettore l’obbligo di proseguire la lettura dei volumi successivi.
Nonostante questo però il lettore resterà in trepidante attesa dell’uscita del successivo episodio; troppo difficile, infatti, riuscire a lasciar andare certi personaggi ai quali ci si è inevitabilmente così tanto affezionati.