domenica 2 dicembre 2018

“Origin” di Dan Brown


ORIGIN
di Dan Brown
MONDADORI
Edmond Kirsch, miliardario quarantenne futurologo, guru dei computer, inventore ed imprenditore fuori dagli schemi, nonostante la sua giovane età ha già ideato un notevole numero di tecnologie avanzate che hanno rappresentato un incredibile salto in avanti in svariati campi: dalla robotica alle neuroscienze, dall’intelligenza artificiale alle nanotecnologie.

Ora Edmond Kirsch è pronto a svelare la sua ultima scoperta, qualcosa di grandioso e inimmaginabile, qualcosa che avrà un impatto profondo sui credenti di tutto il mondo qualunque religione essi professino.

Il quarantenne futurologo sostiene infatti di aver trovato la risposta ai due misteri che da sempre stanno al centro dell’esperienza umana, la creazione e il destino dell’uomo.
Kirsch in una conferenza indetta al museo Guggenheim di Bilbao risponderà alle due domande fondamentali sulle quali l’umanità si interroga da secoli: Da dove veniamo? Dove andiamo?

Edmond Kirsch vent’anni prima era stato uno tra gli studenti più promettenti di Robert Langdon all’università di Harvard dove aveva seguito il suo seminario su “Codici, cifrari e il linguaggio dei simboli”.
La passione per il computer aveva allontanato quasi subito il giovane Edmond dal mondo della semiotica, ma tra alunno e insegnate era nato un solido legame.
Proprio per questo motivo Langdon è uno degli invitati alla serata a cui prenderanno parte solo ospiti illustri, serata nella quale Edmond Kirsch divulgherà la sua preziosa scoperta.

Alla conferenza però qualcosa andrà storto e il professor Langdon si troverà in grave pericolo; costretto a fuggire, non solo dovrà lottare per la propria sopravvivenza, ma anche per difendere l’inestimabile patrimonio di conoscenza del suo ex-alunno che rischia di andare perduto per sempre.

Credo che pochi scrittori riescano a catturare l’attenzione del lettore fin dalle prime pagine di un romanzo come è in grado di fare Dan Brown.

Non sono un’appassionata del genere thriller, ma ogni volta che affronto la lettura di un libro di questo autore, nonostante magari abbia già divorato un centinaio di pagine rendendomi conto perfettamente che non è ancora accaduto nulla di concreto nella storia, la suspense che Dan Brown riesce a creare fa si che diventi per me praticamente impossibile trovare la forza di posare il volume.

“Origin” è ambientato in una cattolicissima Spagna post-franchista, dove il re in fin di vita, assistito dal suo confidente e consigliere, il rigido vescovo Antonio Valdespino, sta per lasciare il regno nelle mani del suo unico figlio.
In un paese dove ogni giorno cresce sempre di più il desiderio di laicizzazione, la gente si chiede che tipo di re sarà l’erede al trono le cui idee sono avvolte ancora nel mistero.
Di lui, in verità, si sa solamente che ha scelto di sposare una donna non nobile, forte e indipendente, Ambra Vidal, la direttrice del museo Guggenheim; questo lascerebbe presagire forse un’apertura verso un futuro più libero e indipendente.

“Origin” è un romanzo che oltre ad avvicinarci al mondo dell’arte moderna e contemporanea, cercando di darci qualche definizione e qualche parametro che ci aiuti ad orientarci in questo campo, per me devo ammettere ostico e sconosciuto quanto al professor Langdon, ci pone anche diversi interrogativi attuali e piuttosto delicati, non solo sull’annosa questione del rapporto che intercorre tra scienza e religione, ma anche su quanto le nuove tecnologie stiano cambiando il nostro modo di rapportarci con il mondo e interagire con il prossimo.

Non potendo anticiparvi molto di più, per non rovinarvi il piacere della lettura, vi posso solo dire che trama avvincente e adrenalinica, cospirazioni e teorie complottistiche, intelligenze artificiali e colpi di scena oltre alla presenza dell’immancabile Robert Langdon, l’affascinante protagonista dei migliori romanzi di Brown, sono gli ingredienti che fanno di “Origin” un altro bestseller assolutamente da leggere per gli appassionati del genere e non solo.





sabato 24 novembre 2018

“Dante. Una vita in esilio” di Chiara Mercuri


DANTE
UNA VITA IN ESILIO
di Chiara Mercuri
EDITORI LATERZA
Non è facile comprendere oggi cosa davvero significasse nell’Italia del Trecento essere mandati in esilio.
Essere cacciati non comportava esclusivamente dover lasciare la propria città, il proprio nido per mai più farvi ritorno, ma voleva dire perdere tutto sia dal punto di vista economico che dal punto di vista morale ed affettivo.
I beni confiscati, la casa distrutta pietra a pietra erano solo gli effetti tangibili dell’esilio, ma ciò che più di ogni altra cosa decretava la rovina dell’esule era dover fare i conti, giorno dopo giorno, con la propria dignità calpestata, con la freddezza e l’imbarazzo degli amici, con la consapevolezza che i propri figli avrebbero pagato duramente per le colpe dei padri.

Il libro di Chiara Mercuri parte proprio da questi aspetti per raccontarci la vita e le opere di Dante Alighieri.

La prima parte del libro si focalizza su Firenze e sugli scontri sempre più accesi che nacquero tra le due opposte fazioni, quella dei Guelfi Bianchi capitanata dalla famiglia Cerchi  e quella dei Guelfi Neri capeggiata dalla famiglia Donati.
La lotta andava ben oltre una mera questione politica che contrapponeva la benevolenza dei Bianchi nei confronti dell’Impero al vigoroso sostegno dei Neri nei confronti del Papato, in verità quello per cui si combatteva davvero era il dominio sulla città di Firenze.

stemma dei Cerchi
I Cerchi erano una famiglia nuova, arrivata dal contado, che in poco tempo, grazie alle ricchezze derivanti dal commercio, era diventata una delle famiglie più ricche d’Europa.
Al contrario i Donati, famiglia di antico lignaggio, ancora legati all’immagine di un tempo per cui la nobiltà si misurava con le armi e non col il dialogo ed il fiorino, mal digerivano l’avanzata di questi parvenu che amavano ostentare il loro ingente patrimonio.

Due furono le grandi passioni di Dante Alighieri: la politica e la poesia.

Così, se la prima parte del libro è dedicata alla sua attività politica, la seconda parte è incentrata sulla sua poetica e sulla genesi delle sue opere letterarie.
stemma dei Donati
L’approccio alle opere di Dante che Chiara Mercuri propone è lontano da quello  scolastico a cui la maggior parte dei lettori è abituato; quello della Mercuri è un approccio più vivo, più intimo che coinvolge il lettore rendendolo partecipe della vita del poeta, tanto che, per la prima volta, riusciamo a provare empatia nei confronti dell’uomo del quale ognuno di noi sui banchi di scuola ha sempre percepito la grandezza, ma anche un certo straniamento.
Chiara Mercuri ci regala un’immagine di un Dante decisamente meno distaccato; facciamo così la conoscenza di un uomo appassionato di politica, un amico fedele, un letterato moderno, un padre in pena per i figli, un cittadino preoccupato per la sua città.

Il Dante di cui leggiamo nelle pagine del libro di Chiara Mercuri è un personaggio scomodo per la Firenze dell’epoca perché, proprio a causa di quell’amore che egli prova per la sua città, non desiste mai dal denunciarne pubblicamente, con le sue epistole e con le sue opere, i mali e vizi  che la affliggono: corruzione, violenza e cupidigia.

Dante condanna pesantemente Vieri de’ Cerchi per non aver reagito con decisione nel momento cruciale; non gli perdona di aver temporeggiato, di aver rimandato lo scontro con Corso Donati, un uomo violento e nemico delle leggi.
Secondo le accuse di Dante Vieri de’ Cerchi si sarebbe fatto rovinare per tirchieria, per paura di sperperare denaro pagando armati che difendessero il suo partito, ma come giustamente  l’autrice ci ricorda, per quanto sia nostro desiderio essere solidali con Dante, non possiamo esimerci dal notare che i Cerchi pagarono  a caro prezzo l’atteggiamento del loro capo poiché la loro famiglia tra le più ricche d’Europa venne di colpo spazzata via.

“Dante. Una vita in esilio” è un libro che, pur presentando diverse inesattezze storiche,  risulta una lettura interessante perché porge notevoli spunti di riflessione sulla vita del poeta e sulla Firenze del suo tempo.

La scrittura scorrevole, lo stile appassionato ed i puntali e numerosi riferimenti alle opere di Dante rendono la lettura del libro piacevole come se si trattasse di un romanzo.

Gli errori riportati nel libro, possiamo citarne ad esempio uno molto evidente ovvero Beatrice sposata a Forese Donati anziché a Simone de’ Bardi, pesano indubbiamente sulla sua veridicità, così da non poterlo ritenere un saggio valido ed affidabile.

A dispetto di tutto però non mi sento di sconsigliarne la lettura perché il libro di Chiara Mercuri ha, nonostante gli evidenti limiti, una grande pregio ossia quello di saper risvegliare in noi l’interesse nei confronti delle opere di Dante, ma soprattutto, servendosi di accostamenti con quella contemporanea, di risvegliare il nostro interesse nei confronti della politica dell’epoca.




domenica 11 novembre 2018

“1791 Mozart e il violino di Lucifero” di Davide Livermore e Rosa Mogliasso


1791 MOZART
E Il VIOLINO DI LUFICERO
di Davide Livermore e Rosa Mogliasso
SALANI EDITORE
Flavio Tondi è un virtuoso del violino, un uomo preciso e metodico, unica sua debolezza il gentil sesso. La sua vita è segnata da donne fatali e tra queste una su tutte, l’unica vera donna della sua vita, Samuela Bravermann, con la quale si è sposato due volte e dalla quale altrettante volte ha poi divorziato. 
Il maestro Tondi incontra Samuela nuovamente a Parigi e tutto lascia presagire che, con ogni probabilità, i due torneranno insieme nonostante lui al momento sia sposato con un’altra donna. 
Durante un concerto lo Stradivari, l’inseparabile compagno del violinista, resta intrappolato nelle ante scorrevoli della porta a vetri del corridoio dei camerini e va in frantumi.
Lo Stradivari però racchiude un segreto di incalcolabile valore, un segreto che è stato nascosto all’interno dello strumento centinaia di anni prima. 
La storia inizia infatti nell’anno 1706 in un antico monastero nei pressi di Dresda  dove, per bocca di una giovane fanciulla, viene rivelata una oscura profezia che mette in guardia i potenti della terra dal Puledro dorato che presto galopperà nel mondo e che, dopo avergli fatto provare l’angoscia del soldato che affronta la guerra, reciderà loro le corone dal capo . 
Partendo proprio da questa profezia si dipana una storia fantastica i cui protagonisti sono in parte reali e in parte di pura invenzione.
I personaggi sono numerosissimi: conti, marchesi, cantori evirati, musicisti, angeli, sovrani e gran dame di corte, tutti schierati chi da una parte chi dall’altra nel sanguinoso conflitto in corso tra Lucifero e Mammona. 
Un thriller storico che conduce il lettore pagina dopo pagina ad indagare su un mistero che si dipana dal Settecento ai giorni nostri e i cui principali protagonisti altri non sono che il genio di Mozart e la sua straordinaria musica. 
Il romanzo nasce dalla collaborazione tra Davide Livermore, regista d’opera tra i più importanti della scena internazionale, e Rosa Mogliasso, laureata in Storia e critica del cinema e autrice già di numerosi romanzi, un connubio molto ben riuscito in grado di far rivivere il teatro e la musica classica attraverso le pagine di un libro.
Da non dimenticare inoltre le bellissime illustrazioni ad opera di Francesco Calcagnini, scenografo e regista, che fanno da cornice e impreziosiscono il volume; da sottolineare in modo particolare l’affascinante illustrazione della copertina che sorprende il lettore sotto la sovraccoperta del volume. 
“1791 Mozart e il violino di Lucifero” è un thriller appassionante e coinvolgente anche se talvolta forse un po’ ostico e di ardua interpretazione per chi completamente digiuno di conoscenze musicali. 
Come tipologia il romanzo potrebbe essere accostato a “Il codice Da Vinci”, come nel racconto di Dan Brown infatti il lettore viene accompagnato a far luce su eventi che hanno radice nel passato ma che, essendo ormai giunti alla resa dei conti finale, hanno pesanti ripercussione sul presente. 
I personaggi del romanzo sono tutti molto convincenti tanto che il lettore stenta tantissimo a districarsi tra ciò che è reale e ciò che invece è solo frutto della fervida fantasia degli autori; le note che si trovano in fondo al volume sono quindi un elemento davvero prezioso per fare chiarezza una volta terminata la lettura.  
Ogni protagonista è affascinante a modo suo, ma fra tutti il personaggio di Venanzio Rauzzini, musico soprano allievo del Porpora e la cui voce di castrato fu l’unica amata da Mozart, è quello che forse più di tutti intriga e attrae il lettore. 
Venanzio è una figura che appassiona fin dalla sua apparizione quando bambino viene venduto al principe di San Severo e inizia così la sua carriera artistica, una carriera che se da un lato gli porterà via tanto dall'altro gli saprà donare anche molto.
Il Venanzio Rauzzini del romanzo è un personaggio dotato di grande capacità di adattamento e in grado di saper reagire ai colpi bassi della sorte.
Venanzio non si abbatte facilmente e se accade è solo per la frazione di un attimo perché lui è uno spirito libero, un combattente che ama la vita, un uomo guidato dalla passione; egli non dimentica mai nulla né il bene che gli è stato fatto né i torti che è stato costretto a subire, ma più di ogni altra cosa Venanzio non dimentica gli amici tanto che per tutta la vita resterà legato al ricordo del suo amato amico d’infanzia, Ferruccino suo. 
“1791 Mozart e il violino di Lucifero” è un libro diverso, un romanzo di indagine coinvolgente e carico di suspense, ma che sa anche regalare al tempo stesso struggenti pagine di intensa emozione come nella migliore tradizione operistica.


venerdì 2 novembre 2018

“La battaglia degli albi” di Markus Heitz

LA BATTAGLIA DEGLI ALBI
di Markus Heitz
TEA
Secondo volume della leggenda degli albi, la saga fantasy nata dalla penna di Markus Heitz, “La battaglia degli albi” riprende il racconto dall’episodio con il quale si chiudeva il primo romanzo vale a dire dalla vittoria riportata da Chapalor e Sinthoras.

Grazie all’alleanza stretta con il Demone di Nebbia, i Nostàroi, erano riusciti finalmente a spezzare l’incantesimo che difendeva la Porta di Pietra, unica via di accesso al Tark Draan.

Caphalor e Sinthoras alla testa di un grande esercito costituito dagli albi e dai loro alleati, le creature dell’Ishìm Voróo (orchi, umani, giganti…), possono ora finalmente pianificare l’attacco contro i loro odiati nemici: gli elfi.

Purtroppo però dopo l’entusiasmo iniziale per la vittoria riportata, le cose sembrano precipitare: il Demone di Nebbia non esita a tradire gli alleati intenzionato a sottometterli insieme a tutte le altre razze con l’intento di proclamarsi signore assoluto; il Dsôn Faïmon viene assediato dai dorón ashont, un nemico che gli albi pensavano di aver sconfitto per sempre tanti frammenti di infinito prima; Caphalor e Sinthoras sono costretti a fare i conti con chi nel Dsôn Faïmon trama alle loro spalle per vendetta e gelosia.

Il secondo volume, contrariamente al primo che coinvolge il lettore fin dalle prime pagine, stenta un po’ a decollare forse complice anche l’introduzione di molti nuovi personaggi e la frammentarietà del racconto che apre molteplici luoghi di azione disorientando non poco colui che affronta la lettura del romanzo.

È vero che i cultori del genere fantasy sono abituati a districarsi tra racconti le cui azioni sono ambientate in luoghi diversi, pensiamo ad esempio alle “Cronache del ghiaccio e del fuoco” di George R.R. Martin, ma ne “La battaglia degli albi” Markus Heitz tende, a mio avviso, a cambiare ambientazione ad intervalli un po’ troppo brevi costringendo così il lettore a salti narrativi troppo repentini.

Il secondo libro introduce molte nuove figure sia tra le fila degli umani che tra le fila degli albi.

Interessanti sono i personaggi che appartengono alla schiera dei maghi, primo tra tutti la giovane apprendista Famenia che si trova all’improvviso investita di responsabilità tali da richiedere conoscenze che sembrano andare ben oltre gli insegnamenti ricevuti dal suo maestro Jujulo, ma che invece saprà dimostrare una straordinaria forza d’animo e delle capacità sorprendenti.

Tra i personaggi albici invece su tutti spicca Carmondai, maestro dell’immagine e della parola, a lui viene affidato il compito di scrivere il poema che tramanderà ai posteri la gloriosa impresa della conquista della Terra Nascosta.
Carmondai si rivelerà una risorsa molto preziosa per i Nostàroi e per la causa degli albi perché ben presto le sue abilità si riveleranno essere ben superiori ad ogni aspettativa.

Introdurre nuovi personaggi e non concentrarsi solo sulle vicende che riguardavano direttamente Sinthoras e Caphalor, protagonisti del primo libro, è stata una scelta ponderata da parte dell’autore al fine di lasciare spazio ad altre figure.

Il terzo libro della saga infatti “Il cammino oscuro” avrà come protagonisti personaggi diversi e differente sarà anche l’ambientazione.
Con il terzo volume Markus Heitz ci condurrà infatti nelle caverne nel Phondrasôn per rivelarci i segreti della “Forra Oscura”.

Chi fosse interessato a conoscere il destino di Caphalor e Sinthoras sarà quindi costretto a leggere i romanzi sui nani che fanno parte dell’altra saga, “La saga dei nani”, altra opera di Markus Heitz.

Chi ha letto la mia recensione di “La leggenda degli albi” sa che ero entusiasta di quel romanzo, purtroppo questo secondo volume non è riuscito ad affascinarmi quanto il primo.
Nonostante le vicende raccontate in questo romanzo siano comunque coinvolgenti, manca quella scintilla che avevo riscontrato nel primo volume.
Gli stessi nuovi personaggi, a parte Carmondai e in parte Famenia, restano solo abbozzati e manca quella dettagliata caratterizzazione che contrassegnava le figure del primo libro, figure come Raleeha, Karjuna e la stessa Timānris.

Non credo quindi che proseguirò nella lettura della saga, ma sarei a questo punto piuttosto tentata di iniziare a leggere i volumi riguardanti i nani.
L’impressione, infatti, è che possa essere una lettura necessaria per meglio comprendere i romanzi dedicati agli albi da leggersi quindi in un secondo tempo.

Vi informo, per chi fosse interessato, che il quarto volume della saga degli albi intitolato “L’ira degli albi” è in uscita proprio in questi giorni nelle librerie.






sabato 27 ottobre 2018

“Il Principe – Il romanzo di Cesare Borgia” di Giulio Leoni


IL PRINCIPE
IL ROMANZO DI CESARE BORGIA
di Giulio Leoni
EDITRICE NORD
Dicembre 1502, Cesare Borgia vede ormai sfumato il sogno di dominare l’Italia intera. Con le poche truppe rimastegli fedeli, non gli resta che contemplare il tramonto del suo grandioso progetto, ma fedele al suo motto aut Cesare aut nihil, il duca Valentino non ha intenzione di rinunciare a vendicarsi in modo teatrale di coloro che l’hanno tradito.

Rincuorato dall’arrivo inaspettato di Leonardo Da Vinci, l’uomo a cui aveva affidato il compito di creare nuove armi, Cesare Borgia fa allestire un suntuoso banchetto i cui unici invitati saranno quei quattro personaggi che credevano di poterlo tradire impunemente: Vitellozzo Vitelli, Francesco Orsini, Paolo Orsini e Oliverotto da Fermo.
Sotto lo sguardo attonito, ma allo stesso tempo affascinato di Leonardo Da Vinci, il duca Valentino porta a termine, con la sottile crudeltà e la disumana spietatezza che lo hanno sempre contraddistinto, quella che sarà ricordata come la strage di Senigallia.

Il libro di Giulio Leoni ripercorre gli anni in cui Cesare Borgia, grazie alle sue intrepide e numerose campagne militari attraverso l’Italia, aveva iniziato a dare forma al suo audace progetto politico.
Un sogno ambizioso per cui i tempi non erano ancora maturi e per questo destinato inevitabilmente al fallimento; un disegno politico che, non solo incuteva timore ai suoi avversari, ma anche a coloro ai quali lui stesso pagava regolarmente le condotte.

In quell’Italia divisa da innumerevoli lotte e sanguinose faide, soggetta alla continua ingerenza delle potenze straniere, in quell’Italia dove nessuno aveva intenzione di perdere il controllo dei propri possessi per quanto esigui potessero essere, non poteva esserci posto per un novello Cesare che potesse fare del suolo italico una terra nuovamente degna degli antichi padri romani.

Cesare Borgia era un condottiero spregiudicato, un uomo ambizioso, astuto e spietato eppure è una delle figure più affascinanti della nostra storia.
Figlio illegittimo di papa Alessandro VI, uno dei papi più avversati e discussi di tutti i tempi, il duca Valentino era ritenuto colpevole di incesto con la sorella Lucrezia e persino sospettato di essere l’assassino del suo stesso fratello, Juan Borgia, il figlio prediletto del papa.

Il desiderio di riscatto, la sete di gloria, la smania di potere che hanno contraddistinto Cesare Borgia hanno fatto sì che egli divenisse fin da subito oggetto di saggi storico-politici, (primo tra tutti “Il principe” di Machiavelli) e in seguito figura di spicco di romanzi storici più o meno verosimili.

Come lo stesso Giulio Leoni scrive nel suo romanzo ci sono due modi per raggiungere la bellezza, due forme diverse di arte che apparentemente sono agli antipodi, sebbene entrambe abbiano come fine ultimo la ricerca della bellezza stessa.
L’artista Leonardo Da Vinci esprimeva il suo desiderio di bellezza attraverso le sue opere, rappresentando l’armonia e le forme perfette del corpo umano, il condottiero Cesare Borgia invece quello stesso desiderio di bellezza lo aveva espresso dando forma ad un grande progetto politico, perché esiste la bellezza anche nell’atrocità.

La figura così spregiudicata e spietata del duca Valentino è una figura affascinante, ma allo stesso tempo piuttosto inquietante.
Nel suo romanzo Giulio Leoni gli riconosce, seppur con degli evidenti limiti, la forza e la capacità necessari per orchestrare un ambizioso progetto politico: Cesare Borgia, l’uomo che voleva diventare re d’Italia.
Quegli stessi limiti gli venivano attribuiti dallo stesso Machiavelli che non aveva esitato ad esporli nel suo capolavoro “Il principe”, pensieri e considerazioni che Giulio Leoni ha sapientemente inserito nel suo romanzo nelle parole che l’ambasciatore di Firenze rivolge al condottiero durante un loro incontro.

Il titolo stesso “Il principe. Il romanzo di Cesare Borgia” può essere interpretato come un chiaro omaggio all’illustre politico fiorentino.

Lo sfondo storico del romanzo è ricostruito con precisione e i personaggi si muovono sulla scena come attori su un palcoscenico; quando Cesare Borgia dialoga con Machiavelli e Leonardo Da Vinci al lettore sembra davvero di assistere ad una pièce teatrale.

“Il principe. Il romanzo di Cesare Borgia” è la storia di un uomo enigmatico e sfuggente, un uomo che ancora oggi, a distanza di secoli, riesce a sedurre con il suo fascino e la sua forza.

Da sottolineare infine che, grazie alla bravura di Giulio Leoni, il lettore riesce fin da subito a calarsi nella storia ed avere così la sensazione di assistere in prima persona agli eventi.




domenica 21 ottobre 2018

“Quel che resta del giorno” di Kazuo Ishiguro


QUEL CHE RESTA DEL GIORNO
di Kazuo Ishiguro
EINAUDI
Il libro, scritto sotto forma di diario, racconta la storia dell’irreprensibile e anziano maggiordomo Stevens, io narrante del romanzo.

Il racconto del viaggio in automobile che Stevens compie sul finire dell’estate del 1956 attraverso la tranquilla campagna inglese per incontrare miss Kenton, una vecchia amica, e chiederle di riprendere il suo posto di governante a Darlington Hall, è in realtà un pretesto per compiere un inaspettato viaggio dentro se stessi e ricordare episodi del passato risalenti agli anni Venti e Trenta, anni in cui Stevens era la servizio di Lord Darlington e Darlington Hall stava vivendo i suoi tempi d’oro.

All’epoca Lord Darlington offriva splendidi ricevimenti e le più grandi personalità del paese e non solo, erano solite frequentare la sua residenza.
Anche Ribbentrop, ambasciatore della Germania hitleriana, era spesso ospite di Lord Darlington e in diversi punti del romanzo traspare, seppur molto velatamente, la simpatia e l’ammirazione che il Lord inglese sembrava nutrire per i nazisti.

Finita la guerra Lord Darlington proprio per le sue discutibili amicizie cadde in disgrazia e la sua reputazione inevitabilmente fu compromessa.
Alla sua morte la residenza fu acquistata da un ricco americano, Mr. Farraday, attuale datore di lavoro di Stevens.

“Quel che resta del giorno” è un romanzo malinconico e inquieto; Stevens passa in rassegna le scelte che l’hanno condotto al presente rivivendo giorno per giorno il suo passato e tristemente si rende conto di quanto tutto si riveli alla fine privo di contenuto. Improvvisamente si fa chiaro dentro di lui che il suo modo di vivere l’ha condotto all’isolamento; egli non è capace di sorridere né di fare battute e si sente confuso e disorientato tra la gente comune.

Ha sacrificato ogni cosa sull’altare del dovere, ha persino rinunciato all’amore anche a quello di una donna speciale, attenta e intelligente quale miss Kenton.
Nella vita di un maggiordomo non c’era spazio per i sentimentalismi, tanto che neppure la morte del padre nella soffitta di Darlington Hall, mentre al piano di sotto si svolgeva un importante ricevimento, lo aveva potuto distrarre dai suoi compiti.

Steven aveva sempre ritenuto che indossare gli abiti del maggiordomo non dovesse essere come recitare una pantomima, quell’abito doveva essere indossato con dignità ogni giorno della settimana, portarlo su di sé significava indossare la propria professionalità.

Una cosa più di tutte però amareggia il protagonista del romanzo al termine del suo viaggio introspettivo: non poter dire di aver scelto un percorso sbagliato. Stevens sa di aver sbagliato, ma gli errori non possono dirsi totalmente suoi.
Egli si è fidato di Lord Darlington con il risultato che ora non può neppure affermare di aver commesso i propri errori perché ha solo seguito gli sbagli di altri.

Gli ho dato tutto quanto di meglio avevo da dare, e adesso – ebbene – adesso mi accorgo che non mi è rimasto molto altro da dare.

Ma a mitigare tanta amarezza non c’è solo la saggezza popolare dell’uomo che Stevens incontra sul molo,

Smettila di guardarti indietro continuamente, altrimenti non puoi far altro che essere depresso. (…) Bisogna essere felici. La sera è la parte più bella della giornata.

ma anche l’assennatezza di miss Kenton addolcisce la malinconia di Stevens:

Dopotutto ormai non si può più mettere indietro l’orologio. Non si può stare perennemente a pensare a quello che avrebbe potuto essere. Ci si deve convincere che la nostra vita è altrettanto buona, forse addirittura migliore, di quella della maggior parte delle persone. E di questo si deve essere grati.

“Quel che resta del giorno” è un romanzo intenso e toccante dove i particolari e le atmosfere vengono descritte accuratamente.
Un libro che ricorda per stile i grandi classici; una storia dall’ambientazione perfetta i cui personaggi sono caratterizzati in maniera magistrale.

Da questo romanzo straordinario, vincitore del Booker Prize nel 1989, il regista americano James Ivory trasse nel 1993 un famoso film con Anthony Hopkins nel ruolo del maggiordomo Stevens ed Emma Thompson nei panni di miss Kenton; anche il film come il libro ottenne un grandissimo successo.



domenica 14 ottobre 2018

“Nerone” di Margaret George


NERONE
di Margaret George
LONGANESI
Lucio Domizio Enobarbo è un discendente della dinastia Giulio-Claudia e la sua vita, per il solo fatto di essere uno dei possibili candidati alla successione, è in pericolo fin dalla sua nascita.

A soli tre anni impara a sue spese che Roma non significa solo potere e grandezza, ma anche rivalità e ferocia.
Suo zio Caligola, forse pensando di poter così eliminare un possibile futuro scomodo rivale, tenta di annegarlo buttandolo in acqua dalla nave e solo il buon cuore di Cherea lo salva da morte certa.

La madre Agrippina è in esilio e lui viene affidato alle cure della zia Lepida, madre di Messalina e moglie del futuro imperatore Claudio.

I giorni felici a casa della zia hanno breve durata perché Agrippina torna quasi subito sulla scena rivendicando il figlio per sé e soprattutto per i suoi disegni politici.

Sarà soprattutto grazie alle macchinazioni e alla spregiudicatezza della madre che Lucio Domizio Enobarbo diverrà l’imperatore Nerone che noi tutti abbiamo conosciuto grazie ai nostri libri di storia.

Ma siamo davvero sicuri che la storia ci abbia tramandato la vera immagine del quinto ed ultimo imperatore della dinastia Giulio-Claudia?

Per affermazione della stessa Margaret George il romanzo rappresenta la sua missione di salvataggio di questo sovrano divenuto imperatore all’età di soli sedici anni.

L’immagine che noi tutti abbiamo di Nerone è spesso quella hollywoodiana di un imperatore intento a suonare la cetra mentre Roma sta bruciando o, nella migliore delle ipotesi, quella di un imperatore sopra le righe, inviso tanto al Senato quanto all’intero popolo romano, tanto da essere colpito dalla damnatio memoriae, condanna subita da molti altri imperatori anche se quella neroniana risulta sempre essere forse la più famosa.

La biografia che ci regala Margaret George è una biografia romanzata e seducente, ma anche molto dettagliata e solidamente documentata.

Nerone amava l’arte e la musica e, affascinato dalla bellezza e dall’armonia della Grecia, primo tra tutti gli imperatori provò ad ellenizzare l’Urbe, cercando di fare della città e dei suoi abitanti persone più colte e, per quanto possibile, meno violente.

Egli amava la lotta, la corsa, la poesia e guidare le bighe, amava la competizione, ma non provava alcun piacere nell’assistere ai giochi gladiatori tanto che arrivò a vietare addirittura le uccisioni nell’anfiteatro.

Tutto questo però non può ovviamente cancellare i fatti: Roma era una città violenta, così come feroce era chi deteneva il potere.
Congiure, omicidi e veleni erano il pane quotidiano in un impero dove nessuno si faceva scrupoli neppure di assassinare i proprio congiunti pur di raggiungere il potere e lo stesso Nerone non fu da meno, macchiandosi persino dell’omicidio della sua stessa madre.
Vero è, però, che sotto il suo impero non solo rifiorirono le arti, ma vennero pianificate molte opere di carattere ingegneristico ed architettonico per il bene della comunità, furono ampliati i porti ed apportate sostanziali migliorie in tanti settori.
Per assurdo, proprio questo sovrano che oggi viene ricordato come un uomo corrotto, violento e depravato, in realtà fu, almeno all’inizio del suo impero, un uomo retto, generoso e anche se forse troppo ingenuo, un grande sostenitore della cultura popolare e del popolo stesso.

Azioni che a lui vengono ascritte e per le quali è stato pesantemente condannato, non sono poi così diverse da quelle compiute da alcuni suoi predecessori i quali però non furono altrettanto condannati per esse.

Non possiamo poi non considerare che ciò che ci è stato tramandato su Nerone spesso è giunto a noi grazie ad autori che scrissero durante la dinastia Nerva-Antonina, dinastia che aveva tutto l’interesse a screditare le dinastie precedenti, prima fra tutte proprio quella Giulio-Claudia.

Ero particolarmente curiosa di leggere questo romanzo, perché anni fa avevo letto della stessa autrice Il re e il suo giullare” che raccontava la vita di un altro grande sovrano passato alla storia per la sua spregiudicatezza e la sua violenza, Enrico VIII.

Come immaginavo, non sono rimasta delusa, “Nerone” è infatti un romanzo altrettanto intenso, affascinante ed intrigante.
Margaret George riesce in modo magistrale ad esplorare la psicologia del personaggio ed ad individuarne le fragilità, come già aveva fatto mettendo a nudo l’identità del celebre sovrano inglese.

Nerone, membro di una famiglia tanto influente quanto violenta ed assetata di potere, era cresciuto in mezzo alle congiure e fin da piccolo aveva dovuto imparare a guardarsi le spalle, eppure questo non gli aveva impedito di sviluppare il suo amore per l’arte e per la musica, grazie anche all’influenza dei suoi insegnati tra cui spiccava la figura di Lucio Anneo Seneca.
Ma Nerone, seppur energico ed influente, come ogni uomo al comando era un uomo solo, circondato da gente ambiziosa e priva di scrupoli, era naturale che non sarebbe riuscito per sempre a sottrarsi alla seduzione del potere.
L’amore di Atte, la liberta greca da lui amata e dal quale era profondamente ricambiato, non fu in grado di salvarlo anche da se stesso e Poppea ben presto riuscì ad irretirlo spingendolo verso quelle scelte che tanto contribuirono a renderlo impopolare.

Dobbiamo sempre ricordare che il romanzo di Margaret George non è un resoconto storico, ma piuttosto un’opera di fantasia destinata ad un pubblico del XXI secolo e come tale deve essere interpretata.
La scrittrice ha infatti usato termini moderni, ha in alcuni casi alterato la cronologia dei fatti e dato per sicuri alcuni avvenimenti che la storiografia ritiene invece ancora dubbi, il tutto ovviamente per rendere più fluida la trama e dare vivacità al racconto.

Di sicuro però Margaret George con questo romanzo ci ha regalato un’interessante e affascinante reinterpretazione di un personaggio storico molto discusso, dandoci la possibilità di riflettere in modo nuovo sull’immagine che di lui ci siamo fatti nel corso dei secoli.

“Nerone” è il primo dei due volumi dedicati da Margaret George alla vita del controverso imperatore romano.
Il secondo volume riprenderà il racconto dall’incendio di Roma, dove si interrompe il racconto di questo primo libro, ma, come assicura l’autrice stessa nella nota al termine del romanzo, i due volumi sono indipendenti e pertanto leggibili come romanzi autonomi.






martedì 2 ottobre 2018

“Donne che comprano fiori” di Vanessa Montfort


DONNE CHE COMPRANO FIORI
di Vanessa Montfort
FELTRINELLI
Nel quartiere più bohémiene di Madrid c’è una piccola oasi verde al centro della quale si trova un olivo secolare. Quest’angolo magico è il negozio di Olivia: il Giardino dell’Angelo.

Il piccolo regno fiorito di Olivia è anche il luogo dove cinque donne molto differenti tra loro si ritrovano per comprare fiori.
Ognuna lo fa per un motivo diverso: Victoria li compra per il suo amante segreto, Casandra per ostentarli in ufficio, Gala per il suo showroom, Aurora per dipingerli e infine Marina in ricordo di una persona che non c’è più.

Marina, io narrante del romanzo, si è appena trasferita nel quartiere, ha da poco perso il marito e sta ancora cercando di elaborare il lutto che l’ha recentemente colpita.
Affascinata dal Giardino dell’Angelo, una sera decide di entrarvi ed Olivia le offre un posto come commessa.
Marina non sa nulla di fiori, ma incalzata dalla proprietaria, si ritrova ad accettare il lavoro senza neppure accorgersene.

Olivia è una donna particolare e misteriosa, persino la sua età non è definibile, potrebbe avere sessanta come settant’anni.
Olivia sembra catalogare le persone allo stesso modo con cui cataloga i fiori, le osserva e le studia con affetto e occhio critico; sembra quasi che la sua missione sia aiutare le donne a ritrovare se stesse, a capire chi siano veramente, ma soprattutto cosa desiderino davvero dalla loro vita prima che sia troppo tardi per farlo.
Nessuno conosce la storia di Olivia, ma il lettore intuisce sin dalle prime pagine che la sua vita, per quanto molto vivace e creativa, non deve essere stata una vita semplice e che nel corso di essa ella debba essersi trovata a dover compiere delle scelte molto difficili.
L’impressione è che Olivia voglia aiutare le altre donne a non commettere gli stessi suoi errori, per questo le incita e le sprona a non avere paura ricordando loro che la vita sporca, ma non deturpa e che vivere è un compito urgente, ed è già tardi.

Marina, Victoria, Aurora, Gala e Casandra sono più o meno coetanee, cinque quarantenni molto diverse tra loro, ognuna alle prese con problematiche diverse, ma tutte ad un punto della loro vita in cui devono scegliere se accettare passivamente quello che sono diventate oppure trovare il coraggio di riscrivere se stesse.

Queste cinque donne hanno avuto l’opportunità di conoscersi grazie ad Olivia, ma l’amicizia che è sorta, lo spirito di gruppo che sono riuscite a sviluppare, la solidarietà femminile che le unisce è qualcosa che è nato grazie alla loro forza, al loro coraggio e alla loro voglia di riscatto.

Marina trova il coraggio di compiere un viaggio in barca a vela da sola grazie alle parole di Olivia, ma anche perché desidera a sua volta spronare, con il suo esempio, Aurora a mettersi in gioco come artista.
Ognuna di loro trae forza e ispirazione dall’altra, insieme possono trovare finalmente il coraggio di diventare indipendenti, anche se non è per nulla facile rinunciare ad una piccola felicità per cercare la felicità completa.

Ognuna delle protagoniste deve affrontare i propri fantasmi per riuscire a scrollarsi di dosso anni e anni di condizionamenti psicologici, vincoli e restrizioni imposti dall’educazione ricevuta in famiglia, limitazioni e regole imposte dalla società.
È necessario per loro fare chiarezza su cosa sia la “stabilità” o come debba interpretarsi il concetto di “dare priorità”; soffermarsi su quali differenze intercorrano tra alcune parole così simili eppure così diverse tra loro come “indipendenza”, “libertà” e “solitudine”.

Aurora, “la bella sofferente” come l’ha definita Olivia, dovrà smettere di boicottare la propria vita; dovrà trovare il coraggio di mettere se stessa al centro dei propri pensieri invece di continuare a donarsi completamente agli altri, dovrà accettare il fatto che alleviare le sofferenze altrui non potrà mai attenuare le sue angosce.

Gala dovrà lasciarsi il passato alle spalle e ritrovare fiducia negli uomini; Casandra dovrà chiudere la sua storia malata e trovare il coraggio di seguire le sue inclinazioni; Victoria dovrà accettare il fatto di avere dei limiti, prendere coscienza che essere felice è un suo diritto e che sarebbe una follia rinunciare a vivere accanto all’uomo che ama per puro senso del dovere nei confronti del compagno e dei figli.

Marina, come Aurora, ha sempre trovato la propria felicità in quella altrui, non ha mai saputo cercare la propria felicità né le è mai interessato farlo; non ha mai saputo essere libera né è mai stata in grado di fare qualcosa solo per se stessa.
Marina come una crisalide si trasformerà in farfalla grazie ai consigli di Olivia e all’amicizia delle altre donne, ma soprattutto grazie alla sua forza di volontà e al coraggio di riuscire a guardarsi finalmente dentro.
Imparerà ad accettare il fallimento, perché il fallimento non esiste. Esiste solo la fine delle cose, quelle belle e quelle brutte, come l’amore e la sofferenza.
L’unico vero fallimento è l’inerzia di fare continuare ciò che in realtà è ormai già finito.

L’atmosfera misteriosa e rarefatta all’inizio del volume, quando Vanessa Montort descrive il Giardino dell’Angelo, ricorda la magia di alcune pagine di Carlos Ruiz Zafón tanto che Olivia sembra sulle prime essere quasi un personaggio “angelico”.

Quell’impressione dura solo un attimo perché la narrazione entra immediatamente nel vivo ed il romanzo si rivela una storia quanto mai reale e moderna, le cui protagoniste sono donne vere nelle quali ogni lettrice riesce a trovare una corrispondenza fin da subito.
È innegabile che l’empatia che si crea con i personaggi di questo romanzo è immeditata e fortissima.

“Donne che comprano fiori” è uno di quei romanzi che il lettore non vede l’ora di finire per conoscere l’epilogo della storia, ma allo stesso tempo ha paura di arrivare all’ultima pagina perché è ben consapevole che quei personaggi gli mancheranno terribilmente.

Il libro di Vanessa Montfort è un romanzo che ci aiuta a comprendere meglio noi stesse; una lettura in grado di spronarci a credere nelle nostre capacità; un invito a non commettere l’imperdonabile errore di ignorare i nostri sentimenti e i nostri desideri.

“Donne che comprano fiori” è un romanzo intenso e appassionante, un viaggio nell’universo femminile contemporaneo assolutamente da leggere.