mercoledì 23 maggio 2018

“Il tatuatore di Auschwitz” di Heather Morris


IL TATUATORE DI AUSCHWITZ
di Heather Morris
GARZANTI
Aprile 1942, Lale è uno dei tanti ragazzi stipati dentro al vagone di un treno “bestiame”; come gli altri ignora la destinazione del suo viaggio e, spaventato, si interroga su cosa lo aspetti all’arrivo.
Ha tre cose in comune con i compagni: la paura, la gioventù e la religione ebraica.
Lale ha scelto liberamente di consegnarsi all’ufficio governativo a Praga in modo che, secondo quanto promesso dalle autorità, la sua famiglia possa continuare a vivere sicura nella propria casa.
Lale però, come tutti gli altri ragazzi sul treno, in cuor suo sa che tutto è solo un’illusione o, nella migliore delle ipotesi, solo una questione di tempo prima che ogni cosa precipiti.

“Il tatuatore di Auschwitz” è la storia di Lale e di Gita, due ragazzi come tanti che un giorno si incontrano e si innamorano; quello che fa la differenza è che il loro amore sboccia in un luogo dal quale sono bandite speranza e umanità.
Ad Auschwitz II -  Birkenau, Lale e Gita non sono considerati esseri umani, ma solo due numeri: 32407 lui, 34902 lei.
                                     
All’arrivo a Birkenau Lale viene impiegato come muratore; un lavoro che, nonostante i morsi della fame e i crampi, il giovane riesce ad imparare velocemente senza problemi.
Lale però contrae il tifo e solo grazie all’aiuto del giovane Aron, conosciuto sul treno, riesce a salvarsi. L’altruismo dimostrato costerà purtroppo la vita al suo giovane salvatore.

Colpito dalla storia di Lale, il tatuatore Pepan decide di accoglierlo sotto la sua ala protettrice riuscendo a convincere i nazisti ad assegnarlo a lui come assistente.
Alla domanda di Lale sul perché Pepan abbia scelto proprio lui, questi risponde dicendo che ha visto un uomo affamato disposto a morire per salvargli la vita e per questo ha immaginato valesse la pena preferirlo ad altri.

Un giorno Pepan sparisce, senza un motivo, senza un perché, ma al campo è meglio non farsi troppe domande.
Lale diventa il nuovo Tätowierer e, in qualità di tatuatore, ha diritto ad una qualità di vita leggermente migliore a quella condotta fino a quel momento; ha diritto a pasti più sostanziosi, una posto tutto suo dove dormire, un po’ più di libertà di movimento essendo ora posto sotto la protezione della Divisione Politica che risponde solo a Berlino.

Ma soprattutto Lale ha finalmente la possibilità di avvicinare Gita, la ragazza di cui si era innamorato a prima vista quel giorno in cui aveva dovuto tatuare il suo braccio e per la prima volta aveva incontrato i suoi occhi.
Lale riesce anche ad organizzare una specie di commercio clandestino con l’aiuto di alcuni uomini del villaggio vicino che vengono a lavorare al campo; grazie a questa attività Lale ha la possibilità di aiutare le persone a lui più vicine, garantendogli un po’ di cibo supplementare e qualche medicinale.

“Il tatuatore di Auschwitz” racconta la crudeltà della vita all’interno di un campo di sterminio:  l’orrore dei forni, l’abbrutimento umano, la cattiveria, la dignità calpestata.

Il romanzo di Heather Morris però non ha paura di raccontare anche la verità sull’essere umano con le sue tante contraddizioni; ci parla del suo istinto di sopravvivenza, del suo desiderio di vendetta, della paura e dell’odio nei confronti del diverso, ma anche della sua generosità e delle sue speranze.

Il romanzo è tratto da una storia vera, Lale e Gita, sono  due persone reali, due sopravvissuti all’orrore dei campi di concentramento.

Ciò che ho apprezzato di questo romanzo è sopratutto il coraggio dell’autrice nell’affrontare tematiche anche spinose, di parlare anche di quegli aspetti scomodi del passato che a volte per pietismo o per superficialità nel corso degli anni possono essere stati rimossi o dimenticati.
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Lale ha provato sulla sua stessa pelle le conseguenze dell’avidità e della diffidenza tra gli uomini e non ha timore a raccontarlo a chi, a sua volta, possa mettere sulla carta la sua testimonianza.

Speso dimentichiamo che non solo gli ebrei, sebbene fossero i più numerosi, furono rinchiusi ad Auschwitz – Birkenau, ma molte altre persone appartenenti a popoli, nazioni ed etnie diverse.

Gli zingari erano considerati la feccia dell’Europa, ritenuti, se possibile, peggiori degli ebrei; ad identificare entrambi, ebrei e zingari, non c’era neppure la nazionalità di appartenenza, ma solo la razza.
Eppure oggi nel dolore e nell'indignazione che giustamente proviamo per lo sterminio degli ebrei, tendiamo a dimenticare che i forni entrarono in funzione anche per donne, bambini e uomini zingari, a causa della rabbia e del fastidio che ancora tutt'oggi  proviamo verso di loro, ancora troppo prevenuti nei loro confronti.
                                                                                                                           
Costretti a vivere a stretto contatto gli uni con gli altri, trattati come bestie, era naturale che gli uomini fossero più portati a cercare di difendere quel poco che possedevano piuttosto che cercare di aiutare il prossimo.
Non possiamo dimenticare però che tanti trovarono comunque il coraggio di rischiare in prima persona per aiutare i compagni ritenendo, come Lale, che salvare un essere umano equivalesse a salvare il mondo.
                                                                                                                                                  
Molti puntarono il dito contro il prossimo accusandolo di essere un “collaborazionista”, senza considerare che spesso cercare di sopravvivere in situazioni così estreme poteva essere letto anche come una forma di resistenza, un atto di eroismo.

Così come un atto di eroismo era quello di salvare un compagno anche a rischio della propria vita, anche a rischio che questi un giorno si potesse trasformare nel proprio aguzzino per salvare se stesso o semplicemente perché era meglio commettere un omicidio se questo poteva servire a salvare altre vite.
 
“Il tatuatore di Auschwitz” è un testamento per le generazioni future, un racconto intenso e doloroso, ma anche una storia di speranza, perché pure in un luogo di terrore come Auschwitz-Birkenau poteva nascere un fiore, quel lampo di colore che aveva catturato lo sguardo di Lale, quell’unico unico fiore che si agitava nella brezza.

Restare vivi per raccontare al mondo cosa sia successo è il modo migliore per rendere giustizia a tutti coloro che non ce l’hanno fatta.





sabato 12 maggio 2018

“La spia dei Borgia” di Andrea Frediani


LA SPIA DEI BORGIA
di Andrea Frediani
NEWTON COMPTON EDITORI
Alessandro VI, al secolo Rodrigo Borgia, è salito al soglio pontificio da cinque anni e, nonostante il suo comportamento non sia stato diverso da quello di tutti gli altri papi che lo hanno preceduto, è uno dei pontefici più avversati e discussi degli ultimi decenni.

I Borgia sono stranieri e per questo invisi alla nobiltà romana e italiana. Tutte le illustri famiglia i Della Rovere, gli Orsini, i Colonna, solo per citarne alcune, tutte, nessuna esclusa, avrebbero interesse a eliminarli.
Così, quando Giovanni Borgia, il secondogenito del papa, viene assassinato, l’indagine per individuare il colpevole si rivela fin da subito un problema di difficile, se non impossibile, soluzione.

Giovanni, il figlio prediletto del papa, Duca di Gandia e di Benevento, Gonfaloniere della Chiesa e capitano generale delle truppe pontificie, era forse il membro più odiato dell’intera famiglia.

La rosa dei possibili colpevoli è ampia, chiunque avrebbe potuto volerlo morto e per i più svariati motivi.
Un nemico di Alessandro VI che voleva colpire il padre attraverso la morte del figlio? O forse uno dei tanti mariti traditi? Giovanni Borgia era infatti un uomo molto passionale che non guardava in faccia nessuno quando si trattava di scegliersi una nuova amante. Oppure il colpevole era semplicemente qualcuno a cui il Duca di Gandia si era reso odioso a causa del suo atteggiamento strafottente e altezzoso?
In verità non si può neppure escludere che il colpevole sia stato un membro della stessa famiglia Borgia.
Magari proprio il fratello maggiore, il cardinale Cesare Borgia, che da sempre aspirava alle cariche ricoperte da Giovanni.
L’astuto Cesare, affabile e garbato all’apparenza, ma in realtà capace di una ferocia inaudita, è certo che il suo vero destino non sia la chiesa come desidera il padre, ma piuttosto la conquista dell’Italia; lui sa di essere destinato a diventare un condottiero come il suo stesso nome suggerisce.
Persino Alessandro VI ha timore di suo figlio, nel quale vede riflessa l’immagine di se stesso; ostinazione, fierezza e sete di potere gli elementi distintivi del suo carattere di un tempo.

Tutta Roma viene mobilitata alla ricerca dello spietato assassino e della guardia del corpo di Giovanni, un uomo mascherato di cui tutti ignorano l’identità, come la ignorava il Duca di Gandia stesso.
Questo misterioso personaggio potrebbe essere però l’unico  in grado di svelare l’enigma.

Lo stesso Bernardino di Betto Betti, conosciuto da tutti come il Pinturicchio, il pittore preferito del papa, viene mobilitato insieme a tutta la confraternita di pittori e scultori.
Il giovane Michelangelo, Filippino Lippi, il Perugino e tutti gli altri artisti che operano a Roma saranno gli occhi e le orecchie dei Borgia nelle case dei nobili, loro committenti, per cercare di scoprire se qualcuno di questi possa essere coinvolto in una supposta congiura.

Il romanzo di Andrea Frediani prende spunto da un avvenimento tra i più oscuri della storia della fine del Quattrocento; l’omicidio di Giovanni Borgia è uno dei più celebri cold case del passato.

Giovanni Borgia fu effettivamente assassinato nel 1497 e di fatto, dopo due settimane di intense ricerca del suo assassino, papa Alessandro VI fece interrompere bruscamente le indagini, alimentando i sospetti di un possibile coinvolgimento nell’omicidio da parte di Cesare Borgia.

I Borgia erano una famiglia che aveva un’infinità di nemici o, nella migliore delle ipotesi, poteva vantare amici sleali e alleati temporanei.
Le voci che sono arrivate nel corso dei secoli fino a noi oggi, ci parlano di personaggi spregiudicati e senza scrupoli; la possibilità che ad uccidere Giovanni Borgia fosse stato il fratello Cesare, un uomo dalla fama assai discussa, ma indubbiamente anche affascinante quanto pericoloso, non possono essere del tutto smentite.
Lucrezia Borgia, sorella di Cesare, con il quale si vocifera avesse avuto addirittura una relazione incestuosa, non gode di una fama migliore dei suoi congiunti; viene infatti ancor oggi ricordata come una donna bellissima ma anche una letale esperta di veleni e molto vendicativa.

Il romanzo di Andrea Frediani ricostruisce il quadro dell’epoca in un modo molto convincente pur raccontando una storia di invenzione che prende spunto da un fatto realmente accaduto.

Tutti i personaggi sono descritti in maniera accurata e precisa: la gelosia del Perugino per il suo allievo, l’avidità di Gandia, la moglie del pittore del papa, la tensione che tormenta il Pinturicchio, la malinconia di Lucrezia, il timore e il senso di colpa di Rodrigo Borgia, l’avidità delle famiglie nobili, la ferocia mascherata dai modi garbati propri di Cesare.

Ma la vera protagonista del romanzo è Isabella, amica di Lucrezia e amante di Giovanni, figura di pura fantasia, intrigante, coinvolgente e appassionante.

L’amore che Isabella prova per Giovanni è smisurato, il trasporto che lei sente e la dedizione che gli dimostra sono assoluti, difficilmente raggiungibili da qualunque essere umano, uomo o donna che sia.
Lei lo ama talmente da sopportare ogni cosa, permettendogli di calpestare la propria dignità; cieca e sorda davanti alla sua sfrontatezza, al suo rendersi odioso; noncurante del fatto che egli fosse inviso a tutti per motivi più che validi.
Non stupisce quindi che nonostante il suo aspetto mostruoso il Pinturicchio resti affascinato dalla sua forza e dalla sua sensibilità, intrigato dalla sua capacità di provare un amore così intenso e totalizzante.

Non posso raccontarvi di più di questa donna onde evitare di svelarvi i misteri della storia e rovinarvi la lettura, ma la storia di Isabella siate certi che vi conquisterà.

“La spia dei Borgia” è un romanzo coinvolgente e, nonostante in qualche punto il racconto tenda a rallentare il ritmo, la lettura rimane comunque scorrevole e piacevole.

La storia dei Borgia fatta di  intrighi, delitti e passioni ha indubbiamente ispirato per queste sue caratteristiche moltissimi romanzi e serie TV.

“La spia dei Borgia” di Andrea Frediani è un thriller intrigante e avvincente dal finale a sorpresa, un finale, se volete anche fantasioso, ma quando si parla della famiglia Borgia nulla si può considerare davvero impossibile.




martedì 1 maggio 2018

“La fortuna dei Medici” di Tim Parks


LA FORTUNA DEI MEDICI
di Tim Parks
BOMPIANI
Contesa dallo Stato Pontificio e dal Sacro Romano Impero, l’Italia del Quattrocento era frammentata in cinque stati principali: il Regno di Napoli, lo Stato Pontificio, Firenze, Milano e Venezia.
Completavano il quadro una nutrita serie di piccoli stati, i cui Signori si offrivano, come condottieri mercenari a capo del proprio esercito, ai grandi stati, in modo tale da poter rimanere solvibili e indipendenti.

Il libro di Tim Parks si propone di raccontare l’ascesa della famiglia Medici e di come questa abbia influenzato la nostra percezione del rapporto che intercorre tra cultura e sistema finanziario, contribuendo a radicare in noi l’atteggiamento di sospetto che spesso proviamo di fronte all’attività bancaria e alla finanza internazionale.

Il Quattrocento fiorentino vide all’opera cinque generazioni della famiglia Medici; la loro banca rimase aperta poco meno di cent’anni.

Nel 1397 Giovanni di Bicci fonda la banca insieme ad alcuni soci, a lui si deve non solo lo sviluppo iniziale del banco, ma anche l’inaugurazione dello stile Medici.
Sul letto di morte lascia un monito ai figli “Non vi fate segno al popolo, se non il meno che voi potete”, ovvero esponetevi il meno possibile. Ciò non significa assolutamente che essi debbano rinunciare al potere politico, ma piuttosto che, proprio nell’intento di acquistarne, sarebbe meglio per loro mantenere un profilo basso.

Cosimo de’ Medici, contravviene fin da subito al consiglio paterno, ma sotto di lui la banca raggiungerà la sua massima espansione.
Si muove deciso verso la politica e di fatto governa la repubblica fiorentina fino alla sua morte; il governo della città omaggerà il defunto Cosimo conferendogli il titolo di Pater Patriae.

Quando Piero de’ Medici, conosciuto anche come Piero il Gottoso, assume però il controllo della banca, che manterrà per solo cinque anni (1464 – 1469), questa ha già iniziato il suo declino.

Cosimo de' Medici
Piero riesce comunque a consegnare un patrimonio più o meno intatto nelle mani del figlio, Lorenzo de’ Medici, meglio conosciuto come Lorenzo il Magnifico.
Lorenzo, per cui il padre aveva scelto come moglie una Orsini, aspira all’aristocrazia e questa mentalità è destinata a cambiare radicalmente lo stile che aveva contraddistinto fino ad allora la famiglia Medici.

Cosimo de’ Medici amava collezionare libri, reliquie, oggetti d’arte; amava circondarsi di filosofi, pittori, architetti, ma era anche un mecenate che commissionava opere d’arte figurative e architettoniche, opere anche di interesse pubblico.
Lorenzo de’ Medici ama anch’egli circondarsi di letterati, filosofi e poeti, egli stesso si dedica alla poesia con ottimi risultati, ma il suo mecenatismo è espresso per lo più sotto forma di collezionismo privato.

L’ultimo Medici del Quattrocento, Piero di Lorenzo, diviene subito noto come Piero il Fatuo, dimostrandosi fin da subito un incompetente, sancisce il definitivo crollo della banca nel 1494, dandosi alla fuga durante l’assedio di Firenze da parte delle truppe francesi.
                                                              
I nuovi Medici del Cinquecento e del Seicento faranno di tutto per crearsi un’aura di legittimità e, per riuscirci, sarà necessario che la gente dimentichi prima possibile l’immagine dei loro antenati seduti dietro quel tavolo, coperto da un panno verde, in via Porta Rossa, intenti a stilare ambigue operazioni di cambio.

Sulla famiglia Medici del Quattrocento sono stati scritti numerosissimi volumi, il libro di Tim Parks si distingue da questi proprio per non essere né un noioso saggio troppo specializzato su uno specifico ambito (politica, arte, finanza) né una banale biografia romanzata dei personaggi dell’epoca.

Tim Parks attraverso la storia della banca dei Medici ci racconta la storia dell’Italia del Quattrocento e di come Firenze, proprio grazie alla banca dei Medici, abbia saputo giocare un ruolo fondamentale all’interno del quadro politico della nostra penisola e dell’Europa; non si può infatti dimenticare che dai prestiti erogati dal loro banco dipendevano i sovrani delle più importanti corti europee.

L’argomento trattato, soprattutto per quanto riguarda l’attività bancaria, è piuttosto ostico, ma Tim Parks è davvero bravo a rendere ogni cosa comprensibile e chiara per il lettore che viene introdotto in questo strano mondo dove l’usura era per la Chiesa il peccato più grave di cui ci si potesse macchiare, salvo poi non farsi scrupolo a ricorrervi lei stessa, facendo uso di sotterfugi ed espedienti astutamente studiati dai banchieri.

“La fortuna dei Medici” ci porta alla scoperta dell’arte del cambio e della sua storia, delle diverse monete (il fiorino, il picciolo, la lira a fiorino, il quattrino bianco), del complesso sistema della holding creata dai Medici, dell’attività svolta dai banchi di pegno, ci spiega la differenza tra la “banca a minuto” e le “banca grossa”, ci illustra cosa fossero i “doni” riconosciuti agli investitori e cosa si intendesse con l’espressione “deposito a discrezione”.

La città di Firenze nel Quattrocento aveva un’organizzazione repubblicana o comunque era retta da un governo di tipo semi-democratico, ciò aveva indubbiamente facilitato l’ascesa della famiglia Medici.
Cosimo, grazie alla propria disponibilità finanziaria, era stato in grado di sostenere la propria carriera politica consolidando la propria immagine e il proprio potere anche grazie all’investimento di denaro nell’arte e nella cultura.

Cappella dei Magi - Benozzo Gozzoli
Arte, finanza e teologia erano le basi su cui si fondavano il prestigio e il potere raggiunti dalla famiglia Medici nel Quattrocento, un secolo di rinnovamento culturale, artistico e filosofico nel quale vennero gettate le basi del pensiero moderno.

Tim Parks nel suo saggio passa in rassegna cinque generazioni, i cui membri, ci fa simpaticamente notare, avevano in comune tra loro tre caratteristiche: erano tutti molto brutti, afflitti dalla gotta e avidi collezionisti.

Lorenzo il Magnifico è senza dubbio l’esponente di spicco della famiglia, quello che ha goduto di maggiore fama nel corso dei secoli, venendo oggi ricordato come il signore più famoso di Firenze.
Eppure, il vero artefice della fortuna di questa famiglia fu Cosimo de’ Medici, perspicace, intelligente, abile manipolatore, senza le sue indiscusse qualità di abile politico e capace banchiere, nulla sarebbe stato possibile.

“La fortuna dei Medici” è un saggio affascinante, scritto in modo semplice e coinvolgente, che invoglia il lettore ad approfondire ulteriormente gli argomenti trattati e lo spinge a visitare Firenze per passeggiare in quei luoghi che gli hanno tenuto compagnia durante la lettura e che, seppur magari già visitati, verrebbero ora visti con occhi diversi.







mercoledì 25 aprile 2018

“La libreria dove tutto è possibile” di Stephanie Butland


LA LIBRERIA DOVE TUTTO È POSSIBILE
di Stephanie Butland
GARZANTI
A York, nel Nord dell’Inghilterra, c’è una piccola libreria, Giro di Parole, dove i collezionisti possono scovare prime edizioni dei loro autori preferiti e i lettori comuni possono trovare un libro di seconda mano, un volume che sta aspettando proprio loro per dare inizio a una seconda vita.

“Giro di Parole” è per Loveday Cardew un luogo sicuro e accogliente, una seconda casa. Tra i vecchi libri e gli scaffali sgangherati, la ragazza si sente protetta, i libri la conoscono e lei conosce loro, non c’è bisogno di fingere con i libri, nulla da cui nascondersi.

Le storie appartengono ai lettori che in esse possono trovare riflessa  la  loro stessa vita. Loveday ha scelto per questo di tatuarsi gli incipit dei romanzi che più sente affini: Anna Karenina, Jane Eyre, I bambini della ferrovia…

E’ un bene per lei che ci siano i libri a ricordarle che il mondo è pieno di storie dolorose che, almeno potenzialmente, assomigliano alla sua.

Abbandonata dalla madre naturale all’età di dieci anni, Loveday è cresciuta con una madre affidataria.
Annabel era una donna gentile e premurosa, ma nonostante i ripetuti sforzi, non era mai riuscita nel corso degli anni ad abbattere il muro di silenzio che Loveday, per proteggersi dal mondo esterno, aveva costruito attorno a sé.

Appena possibile, spinta dal desiderio di rendersi indipendente, Loveday aveva cercato un lavoro che le permettesse di mantenersi dignitosamente.

Assunta giovanissima, quindici anni appena, a Giro di Parole, in Archie, il suo proprietario, Loveday aveva  trovato, fin da subito, un amico più che un capo vero e proprio.

Archie è un tipo eccentrico e socievole, che ama parlare con la gente e raccontare di sé e di come sia stata movimentata la sua vita prima di acquistare la libreria.

Loveday e Archie sono caratterialmente agli antipodi: introversa e riservata lei, estroverso e ciarliero lui; ma il loro sodalizio sembra aver trovato un equilibrio perfetto anche perché gli opposti hanno il grande vantaggio di compensarsi a vicenda.

Un giorno qualcosa spezza la tranquilla routine della vita in libreria: in negozio vengono consegnati strani volumi.
Loveday si ritrova giorno dopo giorno a sfogliare dei libri che sono strettamente legati alla sua infanzia.
Difficile capire chi li abbia recapitati, ma pensare ad una coincidenza diventa ogni giorno più improbabile.
Chi invia questi volumi conosce Loveday, la sua famiglia e sopratutto quel passato misterioso e doloroso dal quale lei ha cercato in tutti i modi di fuggire.

Loveday sarà così costretta a fare i conti con quanto ha sempre cercato di dimenticare e dovrà trovare il coraggio di affrontare quanto accaduto nella sua infanzia, se vorrà essere finalmente libera di vivere la sua vita.

Il libro di Sthephanie Butland è una lettura piacevole, una storia che riesce a catturare l’attenzione del lettore fin dalle prime pagine; personalmente l’ho letto tutto d’un fiato in un sol giorno, cosa che non sarebbe stata assolutamente possibile, se il romanzo non mi avesse profondamente coinvolta.

La scrittura è scorrevole, veloce e il ritmo serrato.

La narrazione del presente si intreccia con il racconto degli eventi passati.
Due sono le finestre aperte su quanto accaduto precedentemente nella vita di Loveday: da una parte il racconto della breve e incresciosa storia sentimentale con Rob, un uomo conosciuto in libreria, dall’altra il racconto dell’infanzia di Loveday, che svela al lettore il mistero sulla sua famiglia.

La fluidità della narrazione, nonostante questa si svolga attraverso continui salti temporali, non ne risente minimamente e, contrariamente a quanto spesso accade in questi casi, non confonde per nulla il lettore che ne rimane anzi piacevolmente coinvolto.

I personaggi che animano la storia sono tutti ben caratterizzati psicologicamente.
Ognuno di loro è parte integrante della narrazione in quanto elemento di ausilio all’economia della trama.

Loveday è un personaggio che incanta il lettore il quale viene conquistato dalle sue contraddizioni.
E’ una ragazza forte e determinata, ma allo stesso tempo fragile e insicura.
Gli eventi tragici del suo passato l’hanno segnata profondamente e, sebbene possieda un carattere indipendente, non è facile per lei riuscire a mantenere quel distacco nei confronti del prossimo che tanto si impone di provare.
La sua scarsa fiducia in se stessa la frena nei rapporti con gli altri, facendola apparire distante, ma la sua è solo una maschera.

Annabel prima e Archie dopo di lei, hanno provato a perforare la corazza di Loveday: Annabel ha fallito miseramente, Archie ha invece riportato una vittoria ma solo parziale.
Spetterà a Nathan, con i suoi tratti da troppo bello per essere vero, riuscire a fare breccia nel cuore di Loveday.

Nathan è un bel ragazzo, dolce, premuroso, comprensivo, non fa domande, è un poeta e un mago, ma anche lui come tutti nasconde un suo lato misterioso.

Tutti i personaggi portano con sé qualcosa che li ha emotivamente segnati: Rob, Nathan, Melodie, Loveday, Archie, ognuno di loro deve fare i conti con il proprio passato, le proprie debolezze, le proprie insicurezze.
Qualcuno, come Nathan, ha trovato la forza per rialzarsi, altri invece, come Rob, non ce l’hanno fatta.

C’è una citazione che spesso troviamo in rete, una frase dall’attribuzione incerta (forse di Platone o Filone di Alessandria, forse di Ian Maclaren, certamente citata da Carlo Mazzacurati) che si adatta perfettamente ai personaggi di questo libro, quella frase è un invito affinché ciascuno di noi si ricordi di cercare di essere sempre gentile con chiunque si incontri perché ogni uomo sta combattendo una battaglia di cui non sappiamo nulla.

“La libreria dove tutto è possibile” è un romanzo che crede nel potere terapeutico e salvifico dei libri, è una vera dichiarazione d’amore nei loro confronti.

Come diceva Montesquieu “non ho mai provato un dolore che un'ora di lettura non sia riuscita a far svanire”.




domenica 22 aprile 2018

“Agnese, una Visconti” di Adriana Assini


AGNESE, UNA VISCONTI
di Adriana Assini
SCRITTURA & SCRITTURE
Seconda metà del Trecento, Bernabò Visconti è il signore di Milano e il suo vasto dominio si estende anche alle città di Bergamo, Brescia, Cremona più altri centri minori.

È un uomo autoritario e irascibile che, pur dotato di intelligenza ed erudizione fuori dal comune, possiede la grinta tipica dei conquistatori.

La sua sregolatezza, il pugno di ferro con cui è solito governare, la sua smodata passione per il cibo e la caccia, riportano alla nostra mente la figura di un grande sovrano che regnerà sull’Inghilterra più di un secolo dopo, il tanto discusso Enrico VIII.

La figura di Bernabò Visconti, proprio come quella del celebre re inglese, non lascia spazio a tiepidi sentimenti; Bernabò Visconti o lo si ama o lo si odia, l’indifferenza non è ammessa.

Il Visconti ha una prole numerosa, ma Agnese è senza dubbio la sua preferita; in lei infatti egli vede il riflesso di se stesso. Caparbia, intelligente e audace, Agnese è proprio come lui.

Non stupisce quindi che, a causa del suo carattere ribelle, la giovane entri spesso in contrasto con il genitore e, per riportare la pace in famiglia, ogni volta deve intervenire la madre, Beatrice della Scala, detta anche Regina per il suo portamento regale.

La sposa di Bernabò è l’unica persona sulla faccia della terra in grado di addomesticare il consorte, riconducendolo a più miti consigli quando necessario e, visto il carattere collerico di questi, Beatrice deve intervenire piuttosto frequentemente.

Bernabò Visconti ha combinato per Agnese un prestigioso matrimonio, sua figlia andrà in sposa al giovane Francesco Gonzaga, futuro signore di Mantova.

Agnese sulle prime cerca di ribellarsi a questa unione, ma poi si piega alla volontà paterna e accetta di sposare il Gonzaga.

Il matrimonio si rivelerà però un fallimento sia dal punto di vista sentimentale che politico. 
Agnese, infatti, indomita e fiera, non si piegherà mai né alla ragion di stato né al modo di pensare del suo consorte, sfiderà le convenzioni e sarà fin da subito un spina nel fianco del suo sposo.

La vita non sarà clemente con Agnese che pagherà a caro prezzo la ferrea volontà di rimanere fedele a se stessa, ai suoi principi e ai suoi affetti.

Il libro di Adriana Assini è un romanzo storico molto ben costruito: cronaca storica e romanzo d’amore si sposano perfettamente, regalandoci uno splendido affresco dell’epoca e una vivida testimonianza di quanto potesse essere difficile e pericoloso a quel tempo essere una donna sola e risoluta.

Il periodo in cui si svolgono i fatti narrati nel romanzo è un’epoca tormentata, dove alleanze e amicizie duravano poche settimane e dove persino i legami famigliari più stretti erano totalmente instabili e inaffidabili.
  
In un quadro storico così incerto la luce di Agnese, così altera e fiera, risplende come una stella.

Nonostante più volte cerchino di spezzare la sua dignità la donna mantiene inalterato il suo orgoglio fino alla fine dei suoi giorni; lei è una guerriera, orgogliosa di appartenere alla valorosa dinastia dei Visconti, fiera di essere la figlia di Bernabò.

Questa sua alterigia indubbiamente a tratti risulta anche un po’ indisponente, nonostante tutte le attenuanti che le si possono riconoscere, tra cui un consorte, Francesco Gonzaga, subdolo e codardo, Agnese spesso non fa nulla per cercare di ingraziarsi la sua corte.

Il finale del romanzo però riscatta del tutto qualunque dubbio possa essersi affacciato alla mente del lettore sulla personalità di Agnese Visconti, nei confronti della quale è impossibile non sciogliere qualunque tipo di riserva e sviluppare un forte senso di empatia.

La struggente conclusione del libro lascia al lettore un senso di angoscia e amarezza, ma anche la piena consapevolezza di aver conosciuto, attraverso le pagine di questo splendido romanzo, la storia di una grande donna; una donna che, nonostante gli avversi colpi della fortuna, ha avuto il coraggio di vivere secondo i suoi desideri.

Fin da bambina Agnese Visconti sognava di incontrare un cavaliere che assomigliasse ai protagonisti dei libri che tanto le piaceva leggere; desiderava vivere una passione degna della più grandi storie d’amore e, nonostante tutti la dissuadessero dal credere tutto ciò possibile, lei riuscì a realizzare il suo sogno, seppur mettendo a repentaglio la sua stessa vita.

I personaggi del romanzo sono tutti caratterizzati in maniera magistrale da Adriana Assini: la fidata Mea della Mirandola, dama di compagnia di Agnese, Beatrice della Scala, Jacopo l’indovino, Bernabò Visconti e Antonio da Scandiano, il cavaliere bello ed elegante, dagli occhi grigi come i cieli d’inverno e capelli scuri, lunghi fin quasi alle spalle.

“Agnese, una Visconti” è un libro affascinante e coinvolgente come la sua protagonista, un romanzo appassionante che sa regalare al lettore emozioni forti oltre a trasmettergli il desiderio di rileggere le opere di Dante e Petrarca e magari riprendere in mano anche i poemi di Chrétien de Troyes.

Un ultimo accenno merita di essere fatto sull’aspetto estetico del libro in sé come oggetto. Ho trovato l’edizione davvero piacevole e invitante. Bello il dipinto scelto per la copertina, Ritratto di donna di profilo opera di Piero del Pollaiolo (1465) e assai gradevoli sia il formato che la grafica del volume.

Insomma, bella l’edizione, ottima la storia e Adriana Assini, autrice che non conoscevo, una piacevole scoperta.





sabato 14 aprile 2018

“Mater Luna” di Victoria Francés


MATER LUNA
di Victoria Francés
RIZZOLI LIZARD

Melissa Moonbeams è l’ultima discendente di una stirpe di donne sapienti, custodi di un’arte arcana, ormai in aperto contrasto con il nuovo dogma del puritanesimo.

Melissa è in travaglio e qualcosa sembra non andare per il verso giusto; avrebbe bisogno di aiuto, ma nessuna donna del villaggio vuole soccorrerla perché da tutti ritenuta una strega.

Quando una falsa levatrice si presenta alla porta, il marito di Melissa, ormai stremato e incapace di agire come la gravità della situazione richiederebbe, la lascia entrare.

La donna, dopo aver ammaliato l’uomo con la sua avvenenza, avvelena Melissa e lancia una maledizione sulla bambina appena strappata dal grembo materno.

Lunnula, questo il nome della piccina, sarà l’ultima della sua stirpe in quanto non sarà mai in grado di generare figli.

La bimba cresce e diviene una bellissima fanciulla, però le voci del villaggio nei suoi confronti non si placano.

Sposa un giovane cacciatore, ma quando questi si rende conto che ragazza non riesce a dargli figli, si allontana da lei dando credito alle malelingue dei compaesani.

Lunnula, delusa e amareggiata, decide di recarsi nel bosco per invocare l’aiuto della Grande Dea.

Un giorno, rientrando dal bosco, incontra sul suo cammino il marito insieme alla sua amante; denunciata da questi, Lunnula viene arrestata e, dopo un sommario processo, condannata a morte.

La ragazza viene impiccata ad un albero e sepolta in una fossa improvvisata nel terreno; la sua morte, infatti,  ha scatenato la furia della natura e una terribile tempesta si è abbattuta sul luogo dell'esecuzione.

Nel sonno eterno della morte Lunnula riesce però ugualmente a dare alla luce il figlio promessogli dalla Grande Dea.

Una volpe affamata, in cerca di cibo, estrae dalla terra una piccola radice antropomorfa, una bimba-strega.
La volpe mossa a compassione per quello strano esserino, la porta con sé nella sua tana e la alleva insieme ai suoi cuccioli.

La creatura si trasforma lentamente e, con il passare dei mesi, diventa una splendida fanciulla dai capelli rossi e dagli occhi verdi.

Sionna, questo il suo nome, possiede doni che la rendono diversa da ogni altra creatura; è dotata di conoscenze arcane e di poteri soprannaturali che le permettono di controllare gli elementi naturali e i fenomeni atmosferici.

Purtroppo Sionna non è destinata a vivere un’esistenza felice, presto anche lei, come sua madre e sua nonna prima di lei, dovrà confrontarsi con i costumi crudeli degli uomini…

Mater Luna è un appello affinché tutti noi rammentiamo di essere parte della natura ed è un invito a ritrovare quel senso di comunione con essa che ormai sembra essere perduto.

“Generare” non deve essere inteso solo nel senso letterale del termine “di dare la vita ad un altro essere umano".
Ad ognuno di noi è stata elargita la facoltà di fecondare terreni apparentemente sterili, tutti noi possiamo dare vita a un concetto, un’idea, una filosofia.

Ci è concessa la facoltà di amare e prenderci cura di un altro essere, che sia un orfano, una pianta, un animale o magari anche solo di un oggetto inanimato, non importa di chi o di cosa si tratti, la cosa importante è ciò che noi siamo in grado di provare e trasmettere.

I sogni sono la chiave della nostra esistenza; quando ci sentiamo vuoti e incapaci di creare, possiamo sempre dare vita ai nostri sogni, i sogni ci indicano la strada verso la salvezza, i sogni sono la nostra salvezza.

Una volta l’uomo sapeva ascoltare la natura, era un tutt'uno con i suoi elementi, ma con il trascorrere del tempo questo rapporto si è allentato sempre più, e nulla oggi sembra essere rimasto di quell’arcano sentire, se non qualche debole riflesso che ancora si coglie nei racconti di miti e leggende o nelle immagini di streghe, vivane, elfi, dei, eroi…

Il mondo di Victoria Francès è un mondo popolato di queste figure mitiche e arcane, figure in grado di ridare voce con la loro presenza ai boschi, al cielo, agli oceani e alle montagne.

“Mater Luna”, come la trilogia di “Favole” di cui vi ho parlato tempo fa, è anch'esso edito da Rizzoli Lizard. 
L'edizione altrettanto ben curata, lo rende un volume da collezione, un vero piccolo gioiello.

Bellissime le tavole e interessanti le pagine dedicate alla descrizione di come sono nati i personaggi e alla realizzazione delle bambole con le sembianze di Lunnula e Sionna.

Il mondo di Victoria Francés è un mondo magico, fatto di luci e ombre, un mondo misterioso e affascinante che sa incantare il lettore con le sue splendide immagini e la sua delicata poesia.






domenica 8 aprile 2018

“Fai piano quando torni” di Silvia Truzzi


FAI PIANO QUANDO TORNI
di Silvia Truzzi
LONGANESI
Margherita si trova ricoverata da tre mesi in ospedale a seguito di un brutto incidente stradale nel quale ha rischiato di perdere la vita.

Quel giorno Margherita aveva deciso di mettersi alla guida nonostante fosse ubriaca; poiché nessuno si sente di escludere che possa essersi trattato di un tentato suicidio, al momento la donna è seguita da uno psichiatra.

Margherita è giovane, bella, intelligente, di buona famiglia, ha un ottimo lavoro; tutto sembrerebbe far pensare a una vita perfetta, ricca di soddisfazioni e, invece, la giovane soffre di una forte depressione.

Dopo anni non è ancora riuscita a elaborare il lutto per la perdita del padre e ora deve pure affrontare l’abbandono del fidanzato che ha liquidato la loro storia, una sera come tante, con un semplice “Non so se ti amo più”, facendole crollare definitivamente il mondo addosso.

Quando Margherita si sveglia nel letto di ospedale, dopo aver subito la quinta operazione, si ritrova a condividere la stanza con un'anziana dall'aspetto molto particolare.

Anna Galletti è una donna corpulenta con i capelli biondo platino, dall’aspetto alquanto vistoso con le sue camicie di pizzo rosa e i bigodini in testa che spuntano da una ridicola retina.
Anna è una donna molesta e invadente, ma allo stesso tempo possiede una carica di simpatia e una faccia tosta talmente disarmanti, da far sì che lei sia l’unica persona in grado di trovare la strada per far breccia in quella dura corazza che Margherita si è costruita attorno.

Margherita e Anna non hanno nulla in comune, fisicamente Anna è robusta e anziana, Margherita è magrissima e giovane; socialmente, poi, provengono da due background familiari completamente differenti.

Margherita è figlia della borghesia: sua madre è una psicologa e il padre era un avvocato, proprio come lei.

Anna era stata mandata a servizio a casa di un conte quando era una bambina di appena nove anni e mezzo; aveva imparato a leggere e a scrivere solo perché il conte desiderava che in casa sua tutti conoscessero l’italiano e non parlassero il dialetto.
Da ragazza aveva dovuto rinunciare al suo grande amore, un carabiniere napoletano di nome Nicola, semplicemente perché all’epoca i suoi genitori non volevano spossasse un uomo del Sud.
Aveva quindi sposato Gino un uomo gretto e meschino; da quel matrimonio infelice era nata una figlia, Raffaella, una donna del tutto simile al padre e che aveva un pessimo rapporto con la madre.
Anna non ha avuto una vita facile, ma ha sempre potuto contare sul sostegno del suo amato Nicola con il quale ha mantenuto negli anni una fitta corrispondenza.

Margherita, come tutti noi, rimane affascinata da questa storia d’amore d'altri tempi, tenuta in vita solo grazie ad un intenso e ininterrotto scambio epistolare.
Anna, a dispetto dei suoi 76 anni, è la personificazione della gioia di vivere, una gioia di vivere talmente contagiosa da coinvolgere persino Margherita.

Grazie alla vitalità di Anna, Margherita torna ad interessarsi al mondo, esce dal suo guscio, e ritrova pian piano se stessa recuperando anche il rapporto con la madre.

Margherita è affascinata e conquistata dalla forza di volontà e dal coraggio dimostrati da Anna nel corso degli anni. 
Anna Galletti, solo grazie alle sue innate capacità culinarie e alle sue indiscusse doti imprenditoriali, è stata in grado di realizzare il suo sogno aprendo un negozio tutto suo che le ha fruttato parecchio denaro e soddisfazioni.

Fai piano quando torni” è un libro divertente, ironico, che fa sorridere e pensare al tempo stesso, un libro dove troviamo interessanti citazioni letterarie da Flaubert a Proust, a volte evidenti altre volte disseminate dall’autrice con una certa nonchalance tra le righe perché il lettore le colga da sé.

La lettura scorre veloce tra uno scambio di battute e l’altro tra i vari personaggi che sono tutti verosimili e descritti benissimo in ogni loro caratteristica, come nelle differenze che possiamo cogliere nella diversa proprietà di linguaggio che appartiene alla signora Anna rispetto a quella che contraddistingue Margherita.

Leggere il romanzo di Silvia Truzzi è un po’ come leggere una fiaba a lieto fine, uno libro che fa bene all’anima, che ti consola ma che, con ironia e leggerezza, ti ricorda anche che vivere per non avere niente da rimpiangere è come non vivere.