domenica 14 gennaio 2018

“25 grammi di felicità” di Massimo Vacchetta con Antonella Tomaselli

25 GRAMMI DI FELICITA’
di Massimo Vacchetta
con Antonella Tomaselli
SPERLING & KUPFER
25 grammi sono il peso di un cucciolo di riccio, un esserino piccolo piccolo, la cui fragile esistenza per la maggior parte delle persone potrebbe forse non contare nulla, ma che per un uomo sensibile ed altruista come Massimo Vacchetta acquistano un enorme significato.

Il libro è nato dalla collaborazione tra il veterinario Massimo Vacchetta, protagonista della storia, e la giornalista Antonella Tomaselli.

La storia raccontata di come Massimo Vacchetta, grazie all’incontro con Ninna, la piccola riccetta incontrata per caso nello studio veterinario di un collega, sia riuscito ad uscire da un periodo buio della sua vita, un periodo in cui, assalito da dubbi e disorientato, si dibatteva per cercare qualcosa che riuscisse nuovamente ad entusiasmarlo.

Il rapporto con Ninna, la lotta giornaliera per riuscire ad alimentarla nel modo corretto, la gioia nel vederla crescere sono riusciti a ridargli quell’entusiasmo perso negli anni.

Proprio dall’amore per questa cucciolina nascerà l’idea di aprire un centro per soccorrere e curare i ricci in difficoltà: il Centro di Recupero Ricci “La Ninna”.

Attraverso le pagine di questo bellissimo romanzo farete la conoscenza di altri piccoli ospiti del centro come Trilly, Ninno, Selina…e anche di diversi umani, persone speciali nella vita del protagonista come i suoi famigliari ed i suoi amici, ma anche tante persone incontrate sulla via della realizzazione del suo sogno.

Nel racconto Massimo Vacchetta si apre al lettore raccontando tutto se stesso e l’amore che egli prova non solo per questi splendidi esemplari, ma per tutti gli animali e per la natura in genere.

“25 grammi di felicità” è uno di quei libri che riaccende la speranza in tutti noi che un mondo migliore sia possibile, un mondo in cui anche il più piccolo abitante della terra ottenga il rispetto e l’amore che gli spettano.

Nel libro vengono raccontate particolarità e curiose caratteristiche proprie di questi piccoli animali, minacciati continuamente dalla disattenzione dell’uomo.

Ci sono molte cose che potrei  anticiparvi come ad esempio l’alimentazione o l’aspetto dei riccetti di poche settimane, le difficoltà per aprire un centro che collabori con il CRAS ovvero il Centro di Recupero per Animali Selvatici, ma credo che sia meglio lasciarvi scoprire ogni cosa attraverso la lettura.

Pensavo sarebbe stato facile parlarvi di questo libro perché è stata una lettura appassionante e coinvolgente, ma mi sbagliavo. Dovrei ormai sapere che scrivere di un libro che ti commuove è tutt’altro che semplice.

“25 grammi di felicità” è un libro appassionante e toccante; le emozioni non sono mai facili da descrivere, bisogna provarle ed è per questo che consiglio la lettura di questo splendido libro.

Nel libro viene riportata una frase che Massimo Vacchetta ricorda di aver letto in un sito internet di appassionati di ricci, un pensiero che egli sente di condividere pienamente:

“Ogni tuo giorno non sarà vissuto pienamente se non farai qualcosa per qualcuno che non potrà mai ripagarti”.

Condivido anch’io questo bellissimo pensiero, ma credo anche che alla fine la nostra ricompensa stia proprio nel sapere di aver fatto qualcosa di importante per qualcun altro che sia un animaletto in difficoltà, un albero o una persona.

Ognuno di noi ha la possibilità di essere utile alla causa, magari non con una presenza costante a causa degli impegni o della distanza dal luogo nel quale si vorrebbe portare il proprio aiuto, ma come Massimo Vacchetta ci insegna ci sono mille modi per fare sentire la nostra presenza: ad esempio attraverso un’attività a distanza svolta in rete o anche più semplicemente attraverso delle donazioni.
Non ci sono scuse plausibili quando si è davvero motivati e Massimo Vacchetta ne è davvero un valido esempio.

Quello che più mi ha colpito di questo libro è stata la sensibilità e la cura nel descrivere emozioni e sentimenti.
Dobbiamo riconoscere senza dubbio la grande capacità di trasmettere i propri stati d’animo del protagonista, ma non possiamo sottovalutare la bravura di Antonella Tomaselli nel riuscire a trascrivere con tanta grazia questi stessi sentimenti in modo così sincero e delicato.

“25 grammi di felicità” non è una storia malinconica anche se è vero che ci sono alcune pagine un po' più tristi, ma anche le cose negative, gli insuccessi fanno parte della vita e bisogna saperli accettare per crescere e per migliorarsi.

I ricci sono animali selvatici e come tali devono vivere liberi nel loro habitat. Come tutti gli animali soccorsi dal CRAS, anche loro, una volta guariti, devono essere rimessi in libertà, è giusto che tornino alla loro vita.
Liberarli non è mai semplice per chi si è occupato di loro, li ha cresciuti, nutriti, curati, ma nella malinconia di doversi separare da loro, c’è sempre la gioia di sapere che è per il loro bene perché “amore è anche comprendere, accettare e rispettare la natura di un altro essere. (…) Il vero amore non chiede nulla in cambio”.

Se amate gli animali e la natura che vi circonda, "25 grammi di felicità" è il vostro libro e con l’acquisto del volume inoltre contribuirete a sostenere il Centro di Recupero Ricci “La Ninna” di Massimo Vacchetta.


Se volete saperne di più sul centro:





domenica 7 gennaio 2018

“I Miserabili” di Victor Hugo (1802 – 1885)

I MISERABILI
di Victor Hugo
RUSCONI
“I Miserabili” sono forse l’opera più famosa di Victor Hugo. Il romanzo, letto da intere generazioni e diffuso in numerosissime edizioni integrali e ridotte, economiche e rilegate, è stato reso celebre anche dalle sue innumerevoli trasposizioni cinematografiche, televisive e teatrali.
Non possiamo a tal proposito non ricordare l’ultimo film del 2012 ”Les Misérables”, diretto da Tom Hooper e basato sull’omonino musical tratto dal romanzo, che vanta un cast stellare di attori quali Hugh Jackman, Russell Crowe, Anne Hathaway e Eddy Redmayne, solo per citarne alcuni.

La trama del romanzo è nota a tutti. “I Miserabili” narra le vicende di un forzato, Jean Valjean, imprigionato per aver rubato un pezzo di pane e trattenuto in carcere per ben diciannove anni a causa dei suoi continui tentativi di evasione falliti.
Un giorno Jean Valjean riesce finalmente ad evadere e viene accolto nella casa di un vescovo, dalla quale fugge durante la notte portando con sé parte dell’argenteria. Arrestato e ricondotto in casa del prelato, viene da questi salvato. Il vescovo infatti dichiara alla polizia di aver donato lui stesso l’argenteria all’uomo e anzi che lo stesso aveva dimenticato di prendere con sé anche i due candelabri.
Jean Valjean, commosso e stordito dal generoso gesto del vescovo, decide di cambiare vita e, sotto il nome di signor Madeleine, dedica la propria esistenza al soccorso dei poveri e dei derelitti.
Anni dopo un uomo viene arrestato con l’accusa di essere l’evaso Jean Valjean, a questo punto il vero Jean Valjean non può esimersi dal farsi avanti per salvare quell’innocente. L’uomo viene quindi nuovamente arrestato e questa volta condannato al carcere a vita.
Nonostante tutto riesce di nuovo ad evadere e, ritornato in libertà, tenta di costruirsi una nuova vita creandosi una terza identità.
Tra le persone alle quali presta soccorso c’è anche la piccola Cosetta, una bimba figlia di una giovane prostituta, affidata da questa ad una coppia, proprietari di una taverna. Purtroppo però, nonostante le migliori intenzione della madre e ad insaputa di questa, la bimba viene trattata in modo disumano dalla coppia. Jean Valjean prende con sé la piccola e la cresce come fosse sua figlia.

Il romanzo è un vasto ed affascinante affresco della società francese dall’età della Restaurazione a quella di Luigi Filippo, fatto attraverso un racconto dagli intrecci piuttosto complicati e talvolta anche piuttosto forzati.

I personaggi del romanzo sono innumerevoli, ma è proprio avvalendosi delle singole vicende dei protagonisti che Victor Hugo riesce a provocare lo spirito di carità del lettore.
Attraverso le pagine del romanzo, l’autore interroga il lettore su temi di complessità sociale, ponendolo dinnanzi a casi di natura terribile e desolante.

Victor Hugo combatte una grande battaglia in difesa degli umiliati e degli offesi, sostenendo con grande fervore gli ideali di democrazia e giustizia sociale.

Egli condanna lo sfruttamento della classe sociale più debole e riconosce ad essa, pur nell’abbruttimento e nella degradazione nella lotta giornaliera per procurasi il pane, alcuni importanti valori quali dignità, virtù ed eroismo.

Non è certamente possibile parlare in modo esaustivo di un classico di questa portata, condensando tutto in un semplice post e comunque a questo scopo sono stati scritti fiumi e fiumi di pagine da importanti critici letterari, ci sono poi numerose storie della letteratura e antologie pronte ad adempiere a questo a compito; io, quindi, preferisco fermarmi qui e chiudere con qualche breve considerazione personale da semplice lettrice.

Come già per "Anna Karenina" di Lev Tolstoj, non ho voluto vedere alcun film o musical prima della lettura del libro per non essere influenzata nel mio giudizio sul romanzo; ora mi chiedo però quanto avrebbe potuto incidere positivamente una mia diversa scelta in merito.

Lo stile di Victor Hugo è piuttosto enfatico, i toni sono portati all’esagerazione, insomma il suo è uno stile piuttosto lontano dai gusti del lettore moderno; sinceramente però non credo sia stato questo il motivo per cui non sono riuscita ad apprezzare appieno il romanzo.
Adoro i romanzi di Dickens, ho amato “I promessi sposi” di Manzoni e la stessa “Anna Karenina” di Tolstoj eppure nessuno di questi autori si distingue per una scrittura scorrevole e moderna, le loro opere inoltre sono tutte molto descrittive.

La difficoltà maggiore che ho riscontrato nella lettura de “I Miserabili” è la digressione storica fine a se stessa.
Quanto l’autore racconta di Parigi o del suo popolo, la narrazione è sì pertinente al racconto ma, diversamente a quanto accade nei romanzi degli altri autori, ne “I Miserabili” si ha sempre l’impressione che il racconto sia portato avanti secondo due registri che raramente si fondono e si incontrano: uno puramente narrativo (la storia di Jean Valjean, l’amore di Cosetta e Mario, le disavventure di Fantine ecc.) e uno prettamente storico-divulgativo.

Il romanzo di Victor Hugo è però un classico della letteratura e, nonostante la fatica necessaria per portare a termine la lettura non sempre agevole di un volume di quasi 1500 pagine, non si può non rimanere affascinati dai suoi numerosi personaggi, da tutti i suoi personaggi, nessuno escluso.

Ognuno di essi infatti ha qualcosa che cattura l’interesse del lettore e ne smuove la coscienza: la povera Eponine riesce a commuoverlo quanto se non più di Cosetta stessa, non si può non provare compassione per le sue pene; il freddo e rigoroso Javert, che soccombe dinnanzi al disorientamento provato dall’apprendere che anche la legge e le istituzioni a cui ha votato tutta la sua vita non sono infallibili, turba inevitabilmente il lettore; persino un personaggio come Thénadier, la cui miseria morale si rivelerà senza rimedio, riesce in qualche modo a suscitare stupore per la sua capacità di trovare sempre e comunque qualche espediente per trarsi di impaccio da ogni situazione.

Nonostante io faccia sempre parte dei sostenitori della teoria “prima il libro e poi il film”, nell’augurarvi una buona lettura, in questo caso, consiglio di lanciarsi nell’impegnativa avventura solo dopo aver visto il film, magari proprio l’ultima versione del 2012 premiata con ben tre Oscar oltre a Golden Globe, British Academy Film Awards…






                                  


sabato 30 dicembre 2017

“Fiori sopra l’inferno” di Ilaria Tuti

FIORI SOPRA L’INFERNO
di Ilaria Tuti
LONGANESI
Ilaria Tuti è friulana, vive in provincia di Udine e “Fiori sopra l’inferno” è il suo romanzo d’esordio.

Il racconto è ambientato tra le sue montagne e anche se i nomi dei luoghi sono di fantasia, le descrizioni delle vette, dell’orrido, del villaggio sono tutti ispirati alla realtà.

Protagonista di “Fiori sopra l’inferno” è il commissario Teresa Battaglia una donna forte, ostinata e battagliera.
Una donna ruvida all’apparenza, ma che nasconde in verità un lato molto materno e protettivo, aspetto del suo carattere che si manifesta spesso verso gli uomini della sua squadra i quali a loro volta sono molto legati a lei.

Nei pressi del villaggio di Travenì viene rinvenuto il cadavere di un uomo. Il corpo nudo si presenta intatto, solo il volto reca i segni di un attacco violento.
Intorno al cadavere sono state disposte diverse trappole rudimentali per tenere lontani gli animali, è dunque chiara la volontà dell’assassino di far ritrovare intatto il corpo della vittima.

Inizia così una corsa contro il tempo. Il commissario Battaglia, dopo anni di esperienza, comprende immediatamente che questo caso non resterà isolato: tutto fa supporre che ci sia la mano di un assassino seriale.

Condurre indagini in un piccolo paese, dove la comunità per un sbagliato senso di apparenza ne impedisce il regolare svolgimento, non è semplice.
Il clima in cui il commissario e i suoi uomini si devono muovere è un clima fatto di verità nascoste e di parole non dette. 

Non sarà facile risolvere il caso e ancora meno semplice sarà riuscire a risalire all’elemento originale che unisce le vicende del passato all’efferato delitto del presente.

Le prime pagine del romanzo sono ambientate in Austria nel 1978 e raccontano di un luogo sinistro nel quale vengono eseguiti esperimenti su alcuni neonati.

I fatti narrati nel romanzo si rifanno ad uno studio che fu veramente condotto negli anni 1945/46 da René Spitz, uno studio molto discutibile nel quale furono presi in esame 91 bambini residenti in un orfanotrofio.
La finalità dello studio era quella di scoprire gli effetti della deprivazione affettiva sui neonati.

Ilaria Tuti è brava a catturare l’attenzione del lettore sin dalle prime pagine. La suspense cresce riga dopo riga, creando un clima di tensione e inquietudine che incuriosisce il lettore e lo tiene col fiato sospeso fin dal primo capitolo.

La scrittura è fluida, veloce e il romanzo si legge tutto d’un fiato. La narrazione è scorrevole e la storia è ben costruita.

La soluzione del caso è sotto gli occhi del lettore fin dall’inizio ed il finale non presenta grossi colpi di scena.
Questo potrebbe sembrare un punto debole del romanzo ed in effetti lo sarebbe per qualunque thriller, ma non per “Fiori sopra l’inferno”.

Il punto forte del romanzo, a mio avviso, è proprio questo: nonostante la soluzione del caso sia alla portata del lettore, questo non lo scoraggia dalla lettura, ma anzi lo invoglia a proseguirla per comprendere le ragioni del mostro.

La soluzione del caso non consiste tanto nel capire chi abbia commesso gli efferati attacchi, ma piuttosto quale sia la logica che spinge il mostro a colpire.

Il lettore sviluppa da subito una forte empatia nei confronti del commissario Battaglia e viene da lei trascinato nell’indagine, egli si sente partecipe della storia.

Ilaria Tuti ha dato vita ad un personaggio, quello dello del commissario Battaglia, che entra immediatamente nel cuore del lettore.

Il commissario è una donna che sprigiona energia ed è in grado di trasmettere forza a chiunque lei stia accanto, eppure è una donna che porta nell’anima le ferite di un passato che l’hanno profondamente segnata.
Ha un carattere forte e non vuole assolutamente mostrare le proprie umane debolezze, così preferisce nascondere le proprie fragilità e le proprie paure anche a costo di allontanare gli altri da sé. Nulla la ferma: né il diabete né i sintomi di un Alzheimer precoce.

Un altro personaggio davvero affascinante è quello dell’ispettore Massimo Marini con il quale il commissario ha continui scontri.
Il loro rapporto è piuttosto burrascoso e conflittuale all’inizio: infatti mentre l’ispettore Marini è spiazzato dall’energica personalità del commissario e non sa come fare per entrare nelle sue grazie, il commissario Battaglia da parte sua ha bisogno dei propri tempi per comprendere la personalità del nuovo arrivato e capire se sia davvero degno della sua stima e della sua fiducia.

Riusciranno i due a trovare un equilibrio? E come procederà la lotta del commissario Battaglia contro la malattia?

Insomma come avrete capito tutto fa ben sperare che “Fiori sopra l’inferno” sia solo il primo episodio di quella che si potrebbe rivelare una fortunata serie di romanzi.
Mi permetto quindi di lanciare un messaggio all’autrice: noi lettori attendiamo la prossima puntata…





lunedì 18 dicembre 2017

“Ritorno in Egitto” di Giovanna Mozzillo

RITORNO IN EGITTO
di Giovanna Mozzillo
MARLIN EDITORE
Il declino e la caduta ormai prossima dell’Impero romano fanno da sfondo alle vicende raccontate nel nuovo romanzo di Giovanna Mozzillo.

Il potere di Roma è prossimo al tramonto e del glorioso impero di un tempo non rimane che l’immagine di un impero in agonia.
Ovunque proliferano malattie, pestilenze e sopratutto oscuri presagi che inducono a pensare che la fine del mondo sia ormai prossima.
La gente angosciata e smarrita cerca conforto nel messaggio del Cristo.
Il profeta di Nazareth sembra infatti l’unico in grado di poter offrire certezze e speranze in un mondo in disfacimento.
L’offerta di salvezza dei Cristiani però si rivelerà gravosa e impegnativa: i criteri di giudizio saranno tutti ribaltati e i concetti di bene e male verranno alterati per sempre.

“Ritorno in Egitto” è una storia di amore e morte, Eros e Thanatos, le pulsioni che scandiscono la vita dell’essere umano o, se vogliamo, i due momenti essenziali dell’esistenza umana.

Claudio è un patrizio e Ligdo il suo concubino.

Claudio è sposato con Porzia, la donna che lo ha appena reso padre, ma per lui è Ligdo il vero e unico amore della sua vita.
I sentimenti che i due uomini provano l’uno per l’altro non sono mai stati messi in discussione prima, il loro amore era cosa gradita agli antichi dei. Ora però un nuovo dio, una nuova religione, un nuovo credo hanno preso campo ed il loro amore è diventato qualcosa di impuro, di ignobile, qualcosa di turpe e peccaminoso.

Il ribaltamento del modo di percepire l’omosessualità diventa quindi il filo conduttore delle vicende narrate nel romanzo di Giovanna Mozzillo. 

Claudio e Ligdo hanno due personalità molto diverse e, proprio per questo, reagiscono in modi differenti alla pubblica condanna a cui sono sottoposti.

Claudio è caratterialmente più energico e fermo nelle proprie convinzioni di quanto non sia Ligdo.
Forte poi della classe sociale di appartenenza e facilitato dal fatto di dover compiere un viaggio su incarico dello stesso Cesare, è in grado di saper fronteggiare meglio gli attacchi che gli vengono rivolti a causa della sua ostinazione nel venerare gli antichi dei e ancor di più per la sua dichiarata omosessualità.

Ligdo è più fragile, immaturo, spesso precipitoso nelle proprie scelte: nel momento in cui si ritrova solo, sentendosi abbandonato da Claudio, tutto per lui crolla.
Non ha più certezze e i dubbi si impossessano di lui.
Improvvisamente sente su di sé il peso della colpa e della vergogna.
Non riesce a sopportare la pressione e, incapace di rinunciare all’amore che prova per Claudio, finisce inevitabilmente per soccombere.

La società impone sempre le proprie regole.
I Cristiani nel romanzo condannano la sodomia, considerandola qualcosa di turpe e contro natura. Vogliono imporre al mondo il proprio credo e sottomettere il popolo alle proprie regole.
Anche gli antichi dei e la società romana però avevano le loro regole, magari non così rigide, ma pur sempre dettami.

Claudio ha preso moglie per dovere verso la propria casa, ma si sente in colpa perché egli sa di non essere nato per essere padre e marito; ne è talmente cosciente che non vede l’ora di riuscire a sfuggire ai famigliari che vogliono congratularsi con lui per la nascita dell’erede e raggiungere il suo concubino.

Tra i vari personaggi di questo romanzo quello di Anahita è forse quello che più mi ha positivamente impressionata.
Anahita, a differenza di tutti gli altri, riesce a restare salda.
Insensibile alle lusinghe dell’eros, non per questo condanna chi non lo è; secondo lei infatti ognuno dovrebbe essere libero di scegliere chi amare. 
In lei non vi è alcuna presunzione di conoscere la verità assoluta: osserva tutto e valuta ogni cosa, ma riesce a tenere le giuste distanze, rimanendo sempre fedele a se stessa.

Proprio alle parole ed alle riflessioni di Anahita viene affidato il vero epilogo del romanzo; attraverso le sue parole affiora il pensiero dell’autrice che diviene un invito a rispettare il prossimo e le sue scelte, a non prevaricarlo e a non limitarne la libertà.

E’ comunque utopistico pensare che sia realizzabile un mondo perfetto, dove tutti gli esseri umani siano uguali tra loro: corruzione, vizio, desiderio di prevaricazione fanno parte dell’essere umano e mai ci potrà essere una dottrina, un credo, una filosofia o un’ideologia politica in grado di eludere ciò che è insito nell’animo umano.  

Quanti Ligdo ci sono nella società moderna? Persone troppo deboli e fragili che non sono in grado di ribellarsi all’opinione comune, ma allo stesso tempo sono incapaci di conformarsi ad uno stile di vita e ad un pensiero che non sentono propri?

I temi trattati da Giovanna Mozzillo sono questioni dei nostri giorni: il confronto tra laicità e fondamentalismo, il senso di angoscia e precarietà che tutti noi avvertiamo in questo momento...

Il nostro mondo, proprio come la Roma decadente che fa da sfondo alle vicende del romanzo, si sta sgretolando davanti ai nostri occhi; i valori in cui credevamo o in cui credevano i nostri padri e nonni stanno mutando, lasciandoci un senso di inquietudine e instabilità.

L’omosessualità è un tema molto attuale. Nonostante se ne parli, se ne scriva la società è ancora lontana dall'accettazione di ciò che considera ancora “diverso”. Il considerarlo tale è già di per sé indice di non piena accettazione.
Spesso però per moda o per paura che si possa essere tacciati di “razzismo” si commette l’errore contrario e si rischia di cadere nella piaggeria.

La storia d’amore tra Claudio e Ligdo è un racconto molto garbato e delicato.
Giovanna Mozzillo è riuscita infatti a porgerci l’argomento nel modo più naturale possibile, con parole semplici: la storia d’amore di Claudio e Ligdo è una storia d’amore qualunque fatta di sentimenti ed istinti, una storia che come ogni altra presenta contrasti, una storia fatta di alti e bassi, di distacchi e di riavvicinamenti.

“Ritorno in Egitto” è un romanzo acuto e mai banale, uno di quei romanzi che, grazie alla loro intensità, offrono al lettore molti spunti di riflessione.
                     





venerdì 8 dicembre 2017

“L’uomo del labirinto” di Donato Carrisi

L’UOMO DEL LABIRINTO
di Donato Carrisi
LONGANESI
Samantha Andretti frequenta la seconda media, è una ragazzina come tante. La mattina del 23 febbraio esce da casa prima del solito per andare a scuola.
E’ particolarmente emozionata perché Tony Baretta, il ragazzo più popolare della scuola, il giorno prima le ha fatto sapere che vuole parlarle.

Samantha però non riuscirà mai a parlare con il ragazzo perché il destino le ha riservato un brutta sorpresa mettendo sulla sua strada un coniglio con gli occhi a forma di cuore.

Quindici anni dopo una telefonata anonima avverte la polizia che una donna ferita e nuda sta vagando nella palude. La donna ha 28 anni. Samantha Andretti è riuscita a sfuggire, non si sa come, al suo aguzzino dopo una lunghissima prigionia.

Quindici anni senza notizie, senza un indizio, una speranza. Quindici anni di silenzio. Un incubo lunghissimo, che si è concluso in modo felice e inaspettato.

Donato Carrisi, a pochi giorni dall’uscita del film evento dell’anno tratto da uno dei suoi successi “La ragazza della nebbia”, ci regala un nuovo ed avvincente romanzo.

Non sono un’appassionata di thriller eppure ogni volta che inizio un romanzo di Carrisi non riesco a non leggerlo d’un fiato.
E’ successo per i precedenti libri ed è accaduto anche in questa occasione: ho letto “L’uomo del labirinto” in nemmeno due giorni!

La scrittura di Carrisi è una scrittura asciutta, semplice e fluida.
Il lettore vede scorrere le immagini dinnanzi a sé, pagina dopo pagina, come se un film scorresse davanti ai propri occhi ed è proprio questo uno dei punti di forza dei romanzi di Carrisi: una scrittura cinematografica.

Questo elemento però da solo ovviamente non è sufficiente a rendere i libri di Carrisi dei bestseller internazionali.
Cosa c’è quindi di così seducente ed accattivante nei suoi romanzi?

Ci sono storie cariche di suspense e ben congeniate, ma soprattutto ci sono protagonisti indimenticabili e la magistrale capacità dell’autore di tracciarne un profilo psicologico perfetto, dettagliato e sempre verosimile.

Ne “L’uomo del labirinto” due sono i personaggi che cercano di incastrare il mostro: il dottor Green, un profiler dai metodi di indagine non molto ortodossi, ma dall’ottima reputazione e Bruno Genko, un talentuoso detective privato.

Bruno Genko è un personaggio affascinate e capace di creare una forte empatia con il lettore.
L’immagine di sé che egli mostra al mondo esterno è una maschera utile per riuscire al meglio nel proprio lavoro, ma nulla più. Egli è tutt'altra persona da quella che gli altri conoscono.

Nulla è mai come sembra nei romanzi di Donato Carrisi.
Ne “L’uomo del labirinto” l’ordine è sovvertito, non esistono certezze; persino il clima è impazzito e sullo sfondo c’è un’estate torrida e apocalittica, dove il ritmo della vita è stato capovolto: gli uffici aprono la notte e la gente riposa durante il giorno.

Sin dall’inizio si avverte che qualcosa non funziona, che alcuni personaggi nascondono qualcosa di particolarmente inquietante.

Il mostro non sa mai di esserlo, egli non si riconosce come tale. Il mostro è sempre qualcuno organizzato, socialmente integrato e per questo è insospettabile.

Il lettore, forse messo in guardia dalla lettura dei romanzi precedenti, è costantemente in allarme, attento a cercare di interpretare i segnali e gli indizi che l’autore lascia a tratti intravedere.

Per quanto però attento egli possa essere, il finale gli riserverà comunque delle sorprese che non gli permetteranno di archiviare la storia una volta terminata la lettura.

Non esiste il crimine perfetto, esiste solo l’indagine imperfetta e, proprio per questo motivo, vi ritroverete per molto tempo ancora a ritornare con la mente su alcuni passaggi del romanzo.
Vi domanderete spesso come possa essere accaduto che vi siano sfuggiti alcuni particolari e vi interrogherete a lungo sullo sviluppo della storia: presentava forse qualche crepa?

Vi avverto, non sarà facile uscire dal labirinto…





sabato 2 dicembre 2017

“Il giglio di fuoco” di Vic Echegoyen

IL GIGLIO DI FUOCO
di Vic Echegoyen
SONZOGNO
Vic Echegoyen è nata a Madrid nel 1969, figlia d’arte, vive tra Bruxelles, Vienna e l’Ungheria.
“Il giglio di fuoco” (titolo originale dell’opera “El lirio de fuego”) è il suo primo romanzo.

La storia è ambientata in Francia e Inghilterra tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento.
Il cardinale Richelieu incarica Léon Bouthillier di una missione alquanto rischiosa.
Il giovane dovrà recarsi nel territorio nemico e più precisamente in Borgogna per eliminare una donna molto pericolosa, una spia capace di sfuggire ai più stretti controlli.
Ma chi è in realtà questa donna affascinante, imprevedibile, intelligente e colta, che era stata ripudiata da bambina dai genitori e marchiata a fuoco dalla Santa Inquisizione?
E’ un’avvenente avventuriera, conosciuta con molti nomi, in grado di conquistare e far tremare sia la corte francese che quella inglese, capace di legare a sé uomini potenti come il cardinale Richelieu e affascinanti come il duca di Buckingham.

Tutti i personaggi del romanzo ad eccezione della protagonista e di Quentin Carlisle sono realmente esiti così come gli eventi storici che fanno da sfondo alla storia nata dalla penna di Vic Echegoyen sono realmente accaduti.

Da sottolineare in particolare la presenza di un personaggio oltremodo intrigante e affascinante, quello di Isabelle du Plessis, la “sorella maledetta” e dimenticata del potente cardinale Richelieu che può riemergere tra queste pagine da un oblio durato ben trecento anni grazie alle opere degli storici Maxime Deloche e Roland Mousnier che ne hanno recuperato la memoria.

La storia del romanzo non segue un rigoroso ordine cronologico.
Le vicende sono raccontate in prima persona dagli stessi personaggi e spesso il racconto si intreccia e si sovrappone, tornando spesso indietro nel tempo.
Seguire la narrazione, specialmente se si deve abbandonare la lettura del romanzo per qualche giorno, non è impresa sempre facilissima, ma allo stesso tempo questa tecnica di scrittura ci permette di entrare meglio in sintonia con i singoli personaggi e osservare lo svolgersi degli eventi da ogni prospettiva e punto di vista.

La personalità di Isabelle Louise Pidoux, Lady Lily Carlisle, madame de Ferté o comunque scegliate di chiamare la protagonista di questo romanzo assume ogni volta diverse sfaccettature; la sua indole e gli elementi distintivi che caratterizzano la sua personalità variano infatti a seconda dell’esperienza del personaggio che ne racconta la storia.

Lo stesso lettore si trova a cambiare continuamente opinione su Lise Pidoux: dapprima stupito dinnanzi ad una bambina desiderosa di imparare la scienza medica, poi scosso dall’idea che una ragazzina possa aver volontariamente ucciso una persona, affascinato subito dopo dall’ostinazione della stessa e poi nuovamente stregato dalla capacità della donna di risollevarsi dalle situazioni più avverse ed impreviste.

“Il giglio di fuoco” deve molto ad un’opera come “I tre moschettieri” di Alexandre Dumas padre e il personaggio di Lise Pidoux è senza dubbio liberamente ispirato a Milady.

Proprio come Milady de “I tre Moschettieri”, la protagonista del romanzo della Echegoyen è un personaggio controverso e sfuggente.

Isabelle Louise Pidoux è indubbiamente colpevole di avvelenamento, spionaggio, impostura, omicidio e tradimento e di una serie di altri reati minori, ma coloro che  vogliono la sua condanna non sono forse loro stessi complici dei suoi crimini?

Se avete amato “I tre moschettieri”, “Il giglio di fuoco” è una lettura da non perdere e, se poi siete tra coloro che non sono mai riusciti a condannare interamente Milady, la storia di Lise Pidoux l’avventuriera senza scrupoli, fredda e calcolatrice, ma allo stesso tempo impulsiva e capace di slanci emotivi improvvisi ed inaspettati, vi conquisterà completamente.






domenica 5 novembre 2017

“Conversazioni all’ora del tè” di Jerome K. Jerome (1859 – 1927)

CONVERSAZIONI ALL’ORA DEL TE’
di Jerome K. Jerome
IL SOLE 24 ORE
Scritto nel 1903, “Conversazioni all’ora del tè” è un brevissimo romanzo di appena una settantina di pagine, in cui la vera protagonista come recita il suo stesso titolo è la conversazione.

In un salotto inglese dei primi del Novecento si ritrovano alcuni personaggi piuttosto eccentrici.

Nessuno di loro è identificato con il proprio nome, ma piuttosto attraverso il ruolo che ricopre in società: la Donna di Mondo, la Vecchia Signorina, il Poeta Minore, la Giovane Girton, il Filosofo.

Ogni personaggio recita alla perfezione la sua parte muovendosi con grande disinvoltura su di un immaginario palcoscenico magistralmente descritto dall’autore.

Gli argomenti toccati, sorseggiando una buona tazza di tè nella più pura tradizione inglese, sono i più svariati: dall’amore alla civilizzazione, dal matrimonio al ruolo della donna nella società, dalla lettura all’arte.

Le cosiddette unità aristoteliche di luogo, tempo e azione sono perfettamente rispettate in questo breve romanzo che, sotto ogni aspetto, si rivela essere un testo idoneo ad un adattamento teatrale.

Lo stile è tipicamente inglese così come la sua ambientazione.

“Conversazioni all’ora del tè” è un romanzo ricco di humor e ironia, ma nonostante questo il testo sembra non decollare mai.

Ci sono in effetti alcune pagine molto divertenti, tra queste quelle dedicate alla storia della moglie che chiede al marito di essere amata di più, ma ottenendo ciò che tanto desidera, si sente soffocata da tante premure e alla fine chiede di essere amata di meno.

Sotto certi aspetti il romanzo sembra quasi evocare lo spirito di alcuni testi teatrali di Oscar Wilde, ma resta lontano dal raggiungerne la stessa ricercatezza e profondità.

Jerome K. Jerome scrive:

 Un libro che ci interessa veramente ci fa dimenticare che stiamo leggendo (…)

affermazione che trovo molto vera, ma forse è proprio questo l’elemento mancante che riscontro in “Conversazioni all’ora del tè”: durante la lettura non ho mai smesso di essere cosciente del fatto che io stessi leggendo un libro, non sono mai riuscita a sentirmi partecipe della conversazione, presente in quel salotto a sorseggiare il tè insieme ai personaggi del romanzo.

Jerome K. Jerome ebbe un grande successo con la pubblicazione di quello che è ritenuto dalla critica il suo capolavoro ossia “Tre uomini in barca” (1889), successo che gli diede la possibilità di guadagnare a sufficienza per potersi dedicare alla scrittura a tempo pieno, ma anche un successo che non riuscì mai più ad eguagliare con le successive opere.

Dopo la lettura di “Conversazioni all’ora del tè”, è cresciuta in me la curiosità di leggere il libro più famoso di Jerome perché, non solo mi permetterebbe di conoscerne meglio l’autore, ma mi potrebbe forse aiutare a valutare più correttamente l’opera appena letta che, come avrete capito, mi ha lasciato non poche perplessità.