giovedì 2 marzo 2017

"L’uroboro di corallo” di Rosalba Perrotta

L’UROBORO DI CORALLO
di Rosalba Perrotta
SALANI
Anastasia in settantuno anni di vita non ha mai fatto nulla di vietato e ora si sente ingannata da quella vita stessa.
Ha sempre fatto il suo dovere ma la ricompensa a cui aveva diritto non è mai arrivata.
Ha due figlie Nuvola e Doriana, un simpatico nipotino Antonio ed un ex marito con il quale si sente ancora sposata.
Suo marito, un famoso archeologo, l’ha lasciata per la sua giovane assistente e ad Anastasia non è rimasto null’altro che una grande casa vuota con quelle stanze chiuse nelle quali è troppo doloroso entrare, così piene di ricordi e di promesse non mantenute.

Ma può un’eredità cambiare completamente l’esistenza di una persona? Può una piccola spilla di corallo a forma di uroboro spingere una donna come Anastasia a trovare il coraggio di ribellarsi ai dettami di una vita? La risposta è sì perché è proprio quello che accade in questo bellissimo romanzo di Rosalba Perrotta.

Anastasia eredita dall’amante del nonno un palazzetto ai margini di un quartiere malfamato di Catania. L’eredità è destinata ad Anastasia ed alle sue tre cugine Myrna, Alida e Claretta.
Le tre sorelle sono praticamente delle estranee per Anastasia che le ha conosciute da bambina solo attraverso i severi commenti della sua integerrima e morigerata defunta madre.
Le tre sorelle erano figlie di una donna del nord soprannominata per i suoi natali L’aria del continente.
Il comportamento della zia acquisita di Anastasia era in aperto contrasto con quello  delle donne catanesi dell’epoca e per questo suo modo di approcciare la vita più libero ed aperto, veniva considerata una femmina leggera e senza religione.

L’incontro con le cugine è il primo atto di disobbedienza di Anastasia verso la sua vecchia vita.
Anastasia ha incontrato le cugine proibite e lo ha fatto in un quartiere malfamato di Catania, in tutta la sua vita non aveva mai fatto qualcosa di così vietato eppure il mondo non è crollato.

Anastasia realizza per la prima volta che vivere significa anche disobbedire, se necessario farlo, e sopratutto comprende che non è mai troppo tardi per imparare a vivere.
Quale migliore segno per suggellare il suo ritrovar se stessa se non proprio un uroboro simbolo di rinnovamento e rinascita?

Non voglio svelarvi molto altro della trama del libro perché il romanzo di Rosalba Perrotta è una piccola perla che merita di essere scoperta senza alcuna anticipazione.

“L’uroboro di corallo” affascina il lettore non solo per la sua trama ricca di colpi di scena ma anche per i suoi personaggi ognuno dei quali è un piccolo capolavoro.

Gli elementi di fondo sono tantissimi: esoterismo, archeologia, lettura dei tarocchi, antichità ed antiquariato, tombole parrocchiali, isole caraibiche...
Elementi all’apparenza diversissimi e contrastanti tra loro, ma che si intrecciano e si amalgamano alla perfezione riuscendo a dare vita ad una trama coerente, avvincente e convincente.
  
La protagonista indiscussa del romanzo è sì la figura di Anastasia, ma tutti gli altri personaggi che le ruotano attorno sono a modo loro dei protagonisti.

Non esistono personaggi minori ognuno di essi è descritto a tutto tondo ed ognuno di loro riesce a coinvolgere totalmente il lettore.
E’ quasi impossibile leggere le loro storie e non sentirsi partecipi delle loro vite, come se stessimo leggendo le vicende di un gruppo di nostri amici carissimi.

Ogni personaggio ha una personalità particolare, nessuno di loro è solo abbozzato, il lavoro dell’autrice su di essi è praticamente perfetto. Sono personaggi veri e reali, spesso divertenti ma senza mai cadere nella macchietta.

Nuvola con le sue insicurezze, alla ricerca di un equilibrio dopo l’abbandono del padre e la fine della sua storia proprio qualche giorno prima di convolare a nozze; Doriana, fredda e distante, la donna in carriera dal matrimonio in crisi; Rodolfo, il marito di Doriana schiacciato dalla scomoda figura della moglie ipercritica e aggressiva che tiene lontana per cercare di proteggersi, sono solo un esempio dei personaggi che incontrerete nelle pagine di “L’uroboro di corallo”.


La lettura scorre veloce anche grazie ad una scrittura asciutta e pulita interrotta piacevolmente ogni tanto da alcune divertenti parole in dialetto il cui significato viene svelato nelle ultime pagine del libro dove troviamo un simpatico ed utile dizionarietto siciliano - italiano.


“L’uroboro di corallo” è stata una scoperta inaspettata. Un romanzo frizzante, leggero e spensierato ma mai superficiale o banale.

Rosalba Perrotta è riuscita, attraverso una storia divertente e all’apparenza frivola, a porgere al lettore numerosi spunti di riflessione su svariati temi tra cui, solo per citarne alcuni: la solitudine, il timore di confrontarsi con chi è diverso da noi, le regole imposte da una società con la quale troppo spesso non ci identifichiamo, ma le cui regole accettiamo per paura di esserne tagliati fuori.

Anastasia è figlia di un’epoca in cui alle bambine si regalavano giocattoli che le preparavano per il loro ruolo futuro: telai, canovacci, cucine per le bambole, servizi di porcellana, ma oggi cosa è cambiato?

Si fa così anche adesso, regalando le Barbie dai più svariati guardaroba, le case di Barbie complete di piscina e le scatole per il trucco. Prima la vanità era peccato e bisognava essere brave donnine di casa, ora la vanità è un obbligo e bisogna essere belle, eleganti e ricche.

La società cambia pretendendo che siamo noi ad adeguarci alle sue convenzioni, all’immagine che vorrebbe imporci di volta in volta.
Quello che era considerato giusto e corretto sessant’anni fa ora è completamente ribaltato e allora perché costringere se stessi a seguire un percorso e delle regole che non sentiamo nostri?

“L’uroboro di corallo” insegna al lettore a credere nelle proprie capacità, a non lasciarsi andare, a non farsi sopraffare da quello che pensa la gente e a tirar dritto per la propria strada, a non farsi influenzare dall’età anagrafica perché anche questa è solo una convenzione sociale che cambia col tempo.

E’ giusto guardarsi dentro e scoprire chi siamo e cosa desideriamo veramente per noi stessi e non per compiacere il prossimo; troppo spesso, infatti, per non sentirci esclusi ed emarginati tendiamo ad assecondare il volere degli altri ma nessuno ci premierà per questo.

La vita è un viaggio che merita di essere vissuto appieno e per farlo ognuno di noi dovrebbe vivere secondo il proprio modo di sentire e non come gli altri vorrebbero farci credere sarebbe più corretto farlo.

La lettura de “L’uroboro di corallo” è diciamo un’iniezione di fiducia, la posa di un primo mattoncino che ci indica la via da percorrere per riappropriarci della nostra vita.







domenica 19 febbraio 2017

“Qualcosa” di Chiara Gamberale

QUALCOSA
di Chiara Gamberale
LONGANESI
È un giorno speciale al castello: i sovrani Qualcuno di Importante e Una di Noi festeggiano l’arrivo della loro primogenita.

La principessina sin dal primo vagito mostra il suo vero carattere; è evidente che ci sia qualcosa di difficile da spiegare e di pericoloso in quell’esserino che, con un solo acutissimo strillo, annuncia la sua venuta al mondo mandando in 1003 pezzi il lampadario di cristallo.

La neonata mangia troppo, strilla troppo, alterna periodi in cui dorme troppo a periodi in cui dorme troppo poco e, proprio per questo suo essere troppo di tutto, Qualcuno di Importante decide che il nome perfetto per la figlia non possa essere altro che Qualcosa di Troppo.

La principessina cresce rispettata da tutti in quanto figlia di due sovrani amatissimi, ma è una bambina sola e senza amici, i ragazzini Abbastanza infatti, nonostante gli avvertimenti e le richieste delle loro ansiose madri, la evitano.

Loro non sono mai né troppo tristi né troppo annoiati né troppo felici e non possono sopportare la vitalità della principessa sempre in movimento, sempre alla ricerca di nuove avventure.

Quando Qualcosa di Troppo ha appena 13 anni subisce un grave lutto; la regina Uno di Noi muore dopo una lunga malattia.

La principessa ha per la prima volta a che fare con qualcosa di troppo grande e troppo triste per lei, qualcosa che le impedisce persino di piangere.
Per la prima volta avverte un buco nel cuore, lei abituata al troppo pieno avverte il vuoto ed è totalmente incapace ed impreparata a gestire questa nuova sensazione.

Terribilmente spaventata fugge dal castello e, giunta su una collina, incontra il Cavalier Niente, un tipo molto strano che trascorre le sue giornate a non-fare in compagnia di Madama Noia.
Grazie al Cavalier Niente la principessina scopre il valore della meditazione, della noia e del dolce far niente.

Tornata al castello però Qualcosa di Troppo dimentica tutti gli insegnamenti del Cavalier Niente, si getta nuovamente a capofitto in una marea di attività fino a quando anche lei si lascia catturare dalla moda del momento e si chiude in casa assorbita dallo Smorfialibro. 
Il nuovo gioco ha catturato l’interesse di tutti i sudditi del regno ma soprattutto ha catturato quello dei ragazzini Abbastanza con i quali finalmente Qualcosa di Troppo ha qualcosa da condividere.

Preoccupato per la figlia sempre più magra e pallida, Qualcosa di Importante decide che è giunto il momento per Qualcosa di Troppo di sposarsi.
Inizia così la giostra dei pretendenti: la principessa si innamora a turno di Qualcosa di Buffo, Qualcosa di Blu, Qualcosa di Giusto, Qualcosa di Speciale; ogni storia è però destinata al fallimento ed ogni volta che la storia finisce Qualcosa di Troppo avverte la mancanza del Cavalier Niente.

Come andrà a finire ovviamente lo lascio scoprire a voi lettori.

“Qualcosa” di Chiara Gamberale è un volume di appena 180 pagine corredato da bellissime e buffe illustrazioni opera di Tuono Pettinato, pseudonimo del fumettista Andrea Paggiaro.

Il romanzo è una favola moderna che unisce la leggerezza del genere fantastico allo spessore del romanzo classico.
La storia, di per sé bizzarra e divertente, si lascia leggere tutta d’un fiato, ma le impressioni, le idee ed i suggerimenti che trasmette restano dentro di noi a lungo per venire elaborati poi con il tempo. Diciamo che è un libro i cui “effetti” non finiscono con la lettura dell’ultima pagina.

Se dovessi trovare nell’immediato un esempio di opera dello stesso genere credo che penserei a “Il Piccolo Principe” di Antoine de Saint-Euxupéry, non tanto per il tipo di prosa, ovviamente quella della Gamberale, è senza dubbio più moderna, impudente ed ironica, ma per la capacità e la grande abilità di entrambi gli autori di riuscire a far passare concetti importanti e profondi con estrema leggerezza e grazia.
Il Piccolo Principe era una favola per bambini che si poteva rivolgere anche ad un pubblico adulto, quella della Gamberale invece si rivolge ad adolescenti ed adulti.

Il romanzo di Chiara Gamberale parla a tutti noi e ci racconta la nostra complessità di persone oltre a denunciare alcuni limiti della società moderna. È impossibile infatti non riconoscere, un esempio su tutti, un chiaro riferimento a Facebook quando ci racconta dello Smorfialibro e di come un uso senza controllo dei social ci impedisca un rapporto diretto con il prossimo allontanandoci dagli altri anziché avvicinarci.

L’autrice attraverso il romanzo ci costringe a pensare ai nostri limiti, ai nostri errori, alle nostre paure.
Ci obbliga a guardarci dentro, a confrontarci con la nostra ossessione di voler riempire continuamente le giornate per non dover affrontare l’ansia del vuoto.

Ci parla dell’amore e di cosa dovrebbe essere davvero per noi cioè libertà e di quello che invece non dovrebbe mai essere ovvero qualcosa che serva per risolvere i nostri guai.

L’amore, se pro­prio dobbiamo usare questa parolona, non è qualcosa che deve risolvere i nostri guai. Anzi, di solito, per quello che non-so, è qualcosa che i guai li aumenta.
«Allora perché tutti lo cercano?»
Tutti gli esserucci umani lo cercano, è vero, ma quasi sempre per il motivo sbagliato. Cercano l’amore per non rimanere soli. Per farsi riempire lo spazio vuoto. E soprattutto perché non ac­cettano che è il puro fatto di stare al mondo la vera avventura.

È difficile leggere questo libro senza filtrarlo attraverso le proprie esperienze personali e non facendo collegamenti con la propria vita di tutti i giorni.

“Qualcosa” è un romanzo che, per essere pienamente apprezzato, chiede al lettore di trovare il coraggio di leggerlo guardandosi dentro, permettendo alla favola di operare la sua magia per far sì che ognuno di noi possa ritrovare la parte più vera di sé stesso e fare pace con il suo essere più profondo.

Non dimenticate mai che “il bisogno è solo un sogno: prima o poi finisce o comunque sfinisce”.

Buona lettura!



domenica 12 febbraio 2017

“Gli occhi della Gioconda” di Alberto Angela

GLI OCCHI DELLA GIOCONDA
di Alberto Angela
RIZZOLI
La Gioconda è il dipinto più famoso al mondo e si stima che venga ammirato al Louvre da circa sei milioni di persone ogni anno.

Su quest’opera d’arte sono stati scritti tantissimi libri e quindi perché scegliere il libro di Alberto Angela in mezzo ad una così sterminata bibliografia?

“Gli occhi della Gioconda” è un libro unico nel suo genere, come ogni libro di questo autore.
Alberto Angela infatti grazie alla sua grande capacità di sintesi riesce ancora una volta a regalarci una storia estremamente coinvolgente ed appassionante, ovvero riesce attraverso un raffinato linguaggio giornalistico dal taglio televisivo, a porgerci un ritratto completo di Monna Lisa non solo in quanto opera d’arte, ma anche come prezioso oggetto inquadrato all’interno di un determinato periodo storico, scientifico e culturale.

Il grande interrogativo del libro è: chi era Monna Lisa nella realtà?

Tutti noi siamo soliti identificarla con Lisa Gherardini, figlia di Antonmaria Gherardini, di famiglia nobile decaduta.
Il nome di Gioconda gli deriverebbe dall’aver sposato, appena quindicenne, un mercante fiorentino, Francesco del Giocondo, rimasto vedovo per la seconda volta.
Proprio lui avrebbe commissionato il ritratto della moglie a Leonardo Da Vinci.

Alberto Angela risponde alla domanda conducendoci alla scoperta di una verità alternativa. Lo fa con il suo infondibile stile, prendendoci per mano con l’intento di farci scoprire nuovi possibili scenari attraverso dettagli e indizi degni di una indagine da spy story.

Angela sostiene che non si possano apprezzare interamente i capolavori dell’arte se non si entra nei dettagli della vita e nei particolari delle esperienze personali che hanno formato l’artista che li ha ideati; allo stesso modo ritiene che non si possono apprezzare le opere d’arte se non si conosce l’epoca in cui l’autore di queste ha vissuto e gli ha dato vita.

Egli lascia quindi che sia proprio la Gioconda stessa ad accompagnarci a Firenze, Milano, Roma, Amboise e in tutti quei luoghi dove Leonardo operò e presentarci così l’artista attraverso la storia del suo dipinto più famoso, parlandoci al tempo stesso delle tecniche pittoriche, degli studi della prospettiva, dei cartoni e dei disegni preparatori opera del grande maestro.

Attraverso Monna Lisa ci avviciniamo al genio del più grande artista del Rinascimento.
Impariamo a conoscere un Da Vinci che dipingeva molto lentamente, che aveva continui ripensamenti ed era talmente perfezionista da intervenire più e più volte sui suoi dipinti anche nel corso degli anni.

Il libro di Alberto Angela non si limita a parlarci solo dell’artista e dell’inventore Leonardo ma anche dell’uomo.
Un uomo descritto dai contemporanei come una persona pacifica, sensibile, gentile eppure capace di progettare terribili macchine da guerra.

Come gli altri volumi di Alberto Angela, il libro è suddiviso in capitoli ognuno dei quali corredato di bellissime immagini che si integrano perfettamente al testo.

La lettura è piacevole, scorrevole e non si può che rimanere affascinati dal racconto e dalle inaspettate curiosità, alcune tanto singolari da riportarci alla mente argomenti molto diversi e lontani da quello trattato.

Mi riferisco in particolare ad un brano tratto da il “Libro del Cortegiano” (1528) di Baldassarre Castiglione che Alberto Angela cita a sostegno di una delle tesi per l’identificazione di Monna Lisa; ebbene questo passo che vi riporto di seguito mi ha richiamato alla mente un passo di “Orgoglio e pregiudizio” di Jane Austen ed inevitabilmente mi sono ritrovata a chiedermi se la Austen avesse preso spunto proprio da qui per il suo dialogo tra Darcy, Caroline Bingley ed Elizabeth Bennet:

E per rispondere in breve a quello che si è detto finora, voglio che questa donna conosca la letteratura, la musica, la pittura e sappia, danzare e fare festa. Alla modestia e alla capacità di crearsi una buona fama deve unire le stesse doti che sono state consigliate per il buon cortigiano. E così avrà sempre grazia nel conversare, nel ridere, nel giocare, nel chiacchierare; e si saprà intrattenere in modo adeguato e piacevole con ogni persona che incontrerà.

Ma ora basta divagare e torniamo a “Gli occhi della Gioconda”.
Che dire ancora? un altro successo del bravo Albero Angela, un’analisi condotta in modo accurato e dettagliato, che indaga sull’identità della donna la cui figura alla fine dell’Ottocento divenne emblema e simbolo della donna fatale per eccellenza.

Ed è proprio questo, alla fine, il segreto del fascino della Gioconda: che ogni epoca, ogni cultura, ogni singola persona, vede in quel famoso sorriso ciò che corrisponde ai suoi sogni, ai suoi desideri, alle sue fantasie.




domenica 5 febbraio 2017

"La marchesa von O. – Il trovatello” di Heinrich von Kleist

LA MARCHESA VON O.
IL TROVATELLO
di Heinrich von Kleist
IL SOLE 24 ORE
Heinrich von Kleist (Francoforte 1777 – Berlino 1811) è considerato uno dei massimi drammaturghi e scrittori vicini al movimento romantico tedesco. Il suo capolavoro più conosciuto è forse il dramma “Il principe di Homburg”. Tra i suoi più celebri racconti invece possiamo ricordare uno tra i tanti  “La marchesa von O.”  di cui parleremo proprio in questo post.
Heinrich von Kleist visse una vita piuttosto travagliata, segnata da una persistente angoscia esistenziale, sempre alla costante ricerca di una illusoria felicità ideale impossibile da raggiungere.
La sua instabilità psichica lo portò a togliersi la vita insieme alla sua amica Henriette Vogel, malata terminale. La uccise infatti con un colpo di pistola, lei consenziente, per poi spararsi egli stesso un colpo alla testa.

L’edizione da me scelta è un volume della collana “I classici della domenica” in uscita con Il Sole 24 ORE.
In realtà il titolo fa riferimento al solo racconto “La marchesa von O.” ma, a sorpresa, terminata la lettura ci si imbatte inaspettatamente in un altro più breve racconto intitolato “Il trovatello”.

“La marchesa von O.” è ambientato in una città del nord Italia di cui l’autore volutamente non riporta il nome, ma ne indica solo la lettera iniziale “M”.
Gli stessi personaggi sono individuati solo attraverso una lettera puntata: il conte F., il signor G., il generale K. e via di seguito. Quasi che la vicenda narrata sia un fatto realmente accaduto e che l’autore voglia salvaguardare la privacy dei protagonisti della storia.
La marchesa, giovane vedova e madre di due bimbi piccoli, ha appena messo un annuncio sul giornale nel quale chiede al padre del bambino che sta aspettando di presentarsi poiché intenzionata a sposarlo.
Un annuncio quanto mai singolare che, oltre a stupire l’opinione pubblica, sfida ogni decoro e regola imposti dalla buona società.
Attraverso la tecnica del flashback l’autore inizia il racconto dell’antefatto che ha portato la marchesa a compiere questo gesto quanto mai singolare.
Qualche mese prima, mentre dimorava presso la fortezza del colonnello, suo padre, scoppiò improvvisamente una guerra ed il bastione venne conquistato dai soldati russi.
Durante l’assalto la marchesa era stata accerchiata da un manipolo di soldati pronti ad usarle violenza, ma questi furono messi in fuga da un ufficiale in comando dei russi, il conte F., che dopo averla condotta in salvo nell’ala destra del palazzo, la lasciò lì svenuta dove venne raggiunta in seguito dalla sue cameriere.
Alla marchesa ed ai suoi familiari venne permesso, come consuetudine in questi casi, di lasciare la fortezza incolume.
Dopo qualche tempo a Giulietta (questo il nome di battesimo della marchesa) ed alla sua famiglia giunse voce che il conte F. era purtroppo morto in battaglia.
Un giorno però egli si ripresentò, nello stupore generale, a casa della marchesa per chiedere la sua mano, impaziente di ottenere risposta positiva e disposto pure a rischiare la corte marziale, disobbedendo agli ordini, pur di non lasciare la casa finché non avesse raggiunto il suo scopo.
Rassicurato sul fatto che nessun altro pretendente sarebbe stato preso in considerazione fino al suo ritorno, si lasciò convincere a partire alla volta di Napoli.
Al rientro però trovò una situazione completamente mutata: la marchesa era stata cacciata di casa, ripudiata dal padre perché in attesa di un figlio illegittimo.
La marchesa, sconvolta dal suo stato, non ricordava assolutamente nulla; da qui il suo sconsiderato gesto di rendere pubblica la sua situazione purché venisse riconosciuta la sua innocenza.
Stranamente proprio il conte F. sembra non far caso a quanto accaduto e a credere all’innocenza della marchesa. E’ infatti lui il padre del bambino e, nonostante la marchesa acconsenta al matrimonio, dovrà passare un anno prima che Giulietta accetti la validità della loro unione.

“Il trovatello” è il secondo racconto del libro. Antonio Piachi, agiato mercante di Roma, parte alla volta di Ragusa, portando con sé il figlio Paolo, avuto dalla prima moglie. Lascia a casa ad attenderlo Elvira, la sua giovane seconda sposa.
Poco prima di arrivare a Ragusa, giunge la voce che la città sta per essere messa in quarantena a causa di un’epidemia.
La paura per l’incolumità del figlio vince su ogni interesse commerciale e Piachi decide quindi di tornare indietro.
Durante il viaggio di ritorno però un ragazzino malato, Nicolò, colpito dalla malattia gli chiede aiuto e quando sviene davanti a lui, Antonio non se la sente di abbandonarlo a se stesso.
Le guardie però li scoprono nell’albergo dove alloggiano e li scortano fino al lazzaretto a Ragusa. Qui si ammalano di peste sia il Piachi che il figlio Paolo, il primo riuscirà a guarire ma il bambino purtroppo non sopravvivrà.
Antonio Piachi torna quindi a casa portando con sé il giovane Nicolò, anch’egli guarito, che viene accolto come un figlio anche dalla sua giovane moglie.
Antonio ed Elvira riversano su di lui l’amore e le speranze che avevano un tempo riposto in Paolo, e sono molto orgogliosi del loro figliolo non fosse per la sua eccessiva passione per le donne e per la sua bigotteria che lo porta sempre più spesso ad intrattenere strette relazioni con il vicino convento dei monaci carmelitani.
Elvira custodisce però un segreto. La donna aveva perso l’amore della sua vita in giovanissima età, era infatti molto legata ad un giovane genovese che, quando lei era appena tredicenne, era rimasto gravemente ferito nell’impresa eroica di salvarla dalle fiamme. Per tre anni Elvira aveva assistito il giovane, dal nome Colino, presso la casa del marchese suo padre, ma nonostante le sue amorevoli cure il giovane morì. Proprio nella casa del marchese, Antonio conobbe Elvira e dopo la morte di Colino decise di portarla via con sé e sposarla.
Elvira non dimenticherà mai Colino tanto da tenerne un’immagine a grandezza naturale nella sua stanza.
Un giorno, al ritorno da una delle sue fughe notturne, Nicolò rientra abbigliato da antico patrizio genovese e la sua somiglianza con Colino è talmente forte che la povera Elvira crede che questi sia  tornato dal regno dei morti.
Nicolò scopre così il segreto della donna e, desideroso di vendicarsi perché crede che questa voglia allontanarlo dalle grazie di Antonio, decide di giocarle un brutto tiro.
In realtà il padre adottivo che a lui aveva intestato ormai tutto, cerca il modo di tornare sui suoi passi, non perché sobillato da Elivia, ma semplicemente perché irritato dalla condotta immorale del figlio.
Nicolò una sera cerca di approfittare della madre adottiva, ma viene colto sul fatto dal padre.
I genitori vorrebbero cacciarlo da casa, ma lui andandosene gli ricorda che in realtà ormai è lui il solo proprietario di tutti i loro beni.
Elvira muore a seguito della disperazione provata quella notte e Piachi, sconvolto dagli avvenimenti e dal fatto che lo stesso magistrato abbia dato ragione a Nicolò riguardo alle proprietà, affronta il figlio e lo uccide.
Condannato a morte, Antonio Piachi, arriverà addirittura a rinunciare per tre giorni all’assoluzione pur di essere sicuro di poter incontrare nuovamente il figlio adottivo all’inferno dove è sicuro che questi sia andato.

I racconti sono caratterizzati da una prosa scorrevole, frasi brevi e abbondanza di dialoghi. In entrambi Von Kleist usa sapientemente la tecnica del flashback: nel primo per narrare l’antefatto che ha portato la protagonista a mettere l’annuncio sul giornale e nel secondo per ricordare la vicenda di Elvira tredicenne.

“La marchesa von O.” affronta un argomento gradito all’autore ovvero il conflitto tra la rigida morale borghese ed il mondo delle passioni umane. La marchesa rimuove ciò che le è accaduto perché essa stessa vittima delle convezioni sociali, la colpa commessa è talmente grave da non poterne sopportare il peso.
Pur di riuscire a riabilitare se stessa però trova il coraggio di compiere un gesto estremo, scegliendo il rischio di compromettere irrimediabilmente la sua reputazione.
Lo stesso conte F., vittima di quelle stesse ipocrite convenzioni, ha un solo pensiero ovvero quello di sanare l’errore commesso attraverso un matrimonio riparatore.
Il tema affrontato fa von Kleist è il tema del contrasto tra le passioni forti e la razionalità; non c’è posto per il sentimento, perché in un mondo dove regna sovrana la rigida e bigotta morale borghese, dove l’ipocrisia fa da padrona, tutto deve esser ridotto al raziocinio ed alla forma.
Il racconto ha però uno sviluppo divertente e leggero e, nonostante la tematica, il risultato è una piacevole avventura al limite del credibile e dal finale piuttosto prevedibile.

“Il trovatello” invece ricorda molto le novelle boccaccesche, vuoi per la presenza della peste, vuoi per la stessa storia dell’amato morto la cui immagine Elvira tiene nella sua camera, quasi una novella Lisabetta da Messina che sospira sul vaso di basilico dove è sepolta la testa del suo Lorenzo.
Ma questa novella rivela molto di più del suo autore: per esempio ci fa capire  quanto la cultura classica abbia influenzato von Kleist.
Come non ricordare ad esempio il mito greco di Pigmalione? Egli scolpì la statua di Galatea innamorandosene perdutamente e, solo grazie all’intervento divino di Afrodite che le fece prendere vita, Pigmalione riuscì a coronare il suo sogno d’amore e sposare la sua fanciulla.
Nonostante la brevità della novella lo studio psicologico dei protagonisti è davvero moto accurato, vedi ad esempio le reazioni nervose che bloccano Elvira, il modo di elaborare il lutto per la perdita del figlio Paolo trasponendo l’amore per questi sul trovatello Nicolò, il rapporto di amore-odio che Nicolò prova nei confronti della madre adottiva.

L’indagine psicologica dei personaggi è il punto di forza delle opere di von Kleist. In entrambi i racconti i sentimenti ed i comportamenti dei protagonisti vengono studiati ed analizzati fin nei minimi particolari. Egli è ossessionato dalla mente umana e dalla sua follia, così come dai contrasti e dall’illusorietà della vita.
Ossessione che, non dimentichiamo, lo porterà a compiere un gesto estremo quale il suicidio.

“La marchesa von O.” al contrario de “Il trovatello” ha un esito positivo. Ai personaggi del primo racconto è concesso infatti il lieto fine: Giulietta è una donna forte che riesce a ribaltare la situazione a suo favore e ad uscirne vincitrice.
Nel secondo racconto non c’è invece salvezza per nessuno, né in questo mondo né nel al di là; addirittura Piachi vuole seguire Nicolò all’inferno.

Nonostante “La marchesa von O.” sia uno dei racconti più famosi di von Kleist “Il trovatello” è secondo me un racconto più riuscito rispetto al primo.
L’esito positivo della prima vicenda, il voler far credere al lettore che esista sempre una via d’uscita nella vita, sembra quasi una forzatura da parte dell’autore che ho avvertito più vero nel finale senza speranza e cupo del secondo racconto, un finale che sembra decisamente più vicino alle sue corde.

Heinrich von Kleist è un genio tormentato il cui modo di sentire e la sua familiarità con quel male di vivere così contemporaneo, lo fa risultare un autore moderno nonostante la sua data di nascita risalga a più di due secoli fa.





sabato 14 gennaio 2017

“La lingua geniale” Andrea Marcolongo

LA LINGUA GENIALE
9 ragioni per amare il greco
di Andrea Marcolongo
EDITORI LATERZA
Nove ragioni per amare il greco, così Andrea Marcolongo racconta la sua più grande passione ovvero il suo amore per il greco antico.

L’autrice affronta l’argomento in modo insolito, informale, ma proprio per questo in maniera più immediata e coinvolgente.
Ritiene infatti che il modo migliore per avvicinarsi a questa lingua sia quello di entrare nella mentalità nel popolo che la parlava, sforzandosi di pensare come un greco nell’antichità.

Per chi, dopo il liceo, prosegue gli studi classici tutto diventa più comprensibile, semplice e chiaro.
Quando però uno studente adolescente si trova davanti ad un testo in greco antico, ignorando la storia, l’arte, la vita del popolo che quella lingua la parlava, è normale che quel testo diventi per lui qualcosa di totalmente incomprensibile e che lo lasci paralizzato dal terrore.

L’intento di Andrea Marcolongo è proprio quello di far capire e conoscere quel mondo ormai dimenticato, un mondo che agli studenti, costretti a studiare sequele infinite di paradigmi apparentemente senza alcun senso, appare completamente distaccato dalla sua lingua.

“La lingua geniale” ci parla di un universo la cui esistenza, quando si sgobba sui libri, non sfiora neppure la nostra mente, un mondo per il quale non è importante il concetto del “quando” sia accaduta una cosa, concetto estremamente moderno, ma piuttosto del “come” questa cosa sia accaduta.
Proprio per questo motivo a noi moderni risulta così ostico tradurre un aoristo piuttosto che un ottativo e ci risulta inconcepibile pensare ad una lingua dove non esista il tema del futuro.

Sono le sfumature che fanno la differenza laddove esiste persino un terzo numero delle parole, oltre ai nostri singolare e plurale, in greco esiste “il duale”: un numero straordinario, espressione di accordo e di intesa.

E poi ci sono gli accenti, gli spiriti, l’alfabeto, le particelle, la metrica, i casi… e per finire a noi resta l’immancabile quesito: ma quindi, come si traduce?

Sono rimasta piuttosto spiazzata dalla lettura delle prime pagine, ammetto che non riuscivo a comprendere dove l’autrice volesse andare a parare, quale fosse in realtà il senso dell’opera.
Proseguendo con la lettura, però, mi riaffioravano alla mente i ricordi di scuola, come il quadernetto giallo sul quale scrivevo i famigerati paradigmi utilizzando l’alfabeto latino in modo che quella santa donna di mia nonna potesse farmi ripetere la lezione! L’alfabeto greco era a lei ovviamente sconosciuto. 
Per non parlare degli incubi che mi facevano compagnia, come ad ogni studente, la notte prima dei compiti in classe. Come dimenticare quella notte in cui sognai che l’insegnante aveva consegnato le versioni scritte su delle candele che col passare del tempo si consumavano cancellando il testo da tradurre?

Il greco per noi che abbiamo fatto il classico è stato un incubo è vero ma, ammettiamolo, è stato anche motivo di orgoglio. In fin dei conti era la materia che ci distingueva da tutti gli altri studenti, era quella la materia che faceva la differenza.
Avete presente la canzone di Fedez, 21 grammi? Fedez canta “noi che non abbiamo dato il massimo, noi che non abbiamo fatto il classico”.
Non me ne vogliano gli altri studenti, ma il senso di appartenenza di noi allievi del classico è davvero duro a morire…

“La lingua geniale” secondo la sua autrice è un libro per tutti, non necessariamente per gli studenti o ex studenti del classico, ma è un saggio pensato per chiunque voglia avvicinarsi a questa lingua.
Affermazione che non mi trova pienamente d’accordo, con le dovute eccezioni del caso ovviamente, credo che leggere questo libro senza aver nessuna idea del greco antico equivarrebbe ad un atto puramente masochistico. Seppur scritto in modo divertente e coinvolgente, infatti, “La lingua geniale” resta pur sempre un testo molto legato alla grammatica ed alla conoscenza della lingua greca.

Concordo invece pienamente con l’autrice sul fatto che lo studio del greco antico apra la mente, cosa però di cui ci si rende conto molto più avanti negli anni, da studenti, ahimè, si è troppo concentrati a cercare di portare a casa il risultato, passatemi il modo di dire.
E’ un po’ come quando l’insegnante continuava a martellarci con il consiglio di leggere la versione per intero prima di affrontare la traduzione. Credo che un numero veramente esiguo di studenti abbia seguito questo suggerimento nonostante fosse un ottima indicazione, ma anch’io, come la maggior parte degli allievi, sono tra coloro che l’hanno ignorato ritenendolo assurdo ed inutile.

Mi ha fatto sorridere leggere (ma quanto è vero!) che chi ha studiato il greco antico si è portato dietro oltre alla ricchezza di vocabolario anche quell’assurda propensione all’ipotassi: noi non siamo proprio in grado di rinunciare ad esprimerci attraverso discorsi complicati e lunghe frasi!

Andrea Marcolongo ha perfettamente ragione questa lingua resta dentro di noi e riaffiora senza che noi ce ne accorgiamo in situazioni e modi davvero inaspettati.

Personalmente non credo di aver mai avuto dubbi sul perché io abbia scelto di studiare il greco antico e non me ne sono mai pentita, neppure nei momenti più difficili.
Leggere la “La lingua geniale” me ne ha dato ulteriore conferma, nel caso ce ne fosse stato mai bisogno, e per rispondere alle motivazioni che hanno spinto Andrea Marcolongo a scrivere questo libro, mi sento in grado di poter affermare che l’autrice è riuscita a centrare il suo obiettivo ovvero coinvolgere il lettore e rispondere a buona parte di quelle domande rimaste senza risposta.

Credo che il pensiero dell’autrice sull’importanza dello studio della lingua greca possa essere riassunto con queste sue stesse parole:
  
Sono invece certa che lo studio del greco contribuisca a sviluppare il talento di vivere, di amare e di faticare, di scegliere e di assumersi la responsabilità di successi e fallimenti. E contribuisca a saper godere delle cose anche se non tutto è perfetto.

A chi consigliare questo libro? Ovviamente a chi ha frequentato o sta frequentando il liceo classico ma anche a tutti coloro che sono innamorati dell’antica Grecia e della sua cultura.




giovedì 5 gennaio 2017

“Il maestro delle ombre” Donato Carrisi

IL MAESTRO DELLE OMBRE
di Donato Carrisi
LONGANESI
A.D. 1521 Papa Leone X, nove giorni prima di morire, emana una bolla nella quale la città di Roma non dovrà mai rimanere al buio.
La bolla pontificia sarà nel corso dei secoli oggetto di studio di storici e teologi che si interrogheranno sulle ragioni che spinsero Leone X ad emanarla.

23 febbraio 2015. Roma è in piena emergenza, una tempesta senza precedenti si sta abbattendo sulla città. Per poter riparare un guasto occorso ad una delle centrali elettriche, le autorità si vedono costrette ad imporre un blackout totale di ventiquattro ore.
Dalle ore 7.41 del mattino la Città Eterna piomberà in un vero incubo, un azzeramento tecnologico che la riporterà per ventiquattro ore all’epoca medievale.

Nonostante le autorità abbiano ordinato il coprifuoco dopo il tramonto, nonostante siano stati mobilitati tutti i corpi speciali di polizia, l’esercito ed ogni risorsa disponibile, nulla potrà bloccare l’inevitabile eccesso di violenza che si scatenerà non appena l’oscurità offrirà la sua protezione ad assassini, stupratori, ladri, psicopatici e persino a tutti i semplici cittadini, persone insospettabili, che non attendono altro che potersi vendicare di qualcuno senza la paura di essere puniti.

In mezzo al caos scatenato dalla violenza della forza della natura e dall’aggressività  umana, un’ombra si sta aggirando già da qualche tempo indisturbata seminando una scia di morte. Solo un uomo potrebbe essere in grado di fermarla.

Marcus è un prete, ma non un semplice sacerdote, egli appartiene all’ordine dei Penitenzieri e come tale risponde esclusivamente al Tribunale della Anime.
Ultimo del suo ordine, egli è il guardiano che sorveglia il confine laddove il mondo della luce incontra quello del buio.
Marcus vive pericolosamente al limite della terra delle ombre dove tutto è confuso, incerto e rarefatto; il suo compito è quello di ricacciare indietro qualunque cosa riesca talvolta a varcarne la soglia.
Cercare anomalie, impercettibili strappi nel quadro della normalità, è la sua abilità.

Marcus però ha perso la memoria e purtroppo non ricorda assolutamente nulla di quello che gli è accaduto nei giorni precedenti il blackout.
A supportarlo nella ricerca dell’assassino sarà Sandra Vega, una preparatissima ex foto rilevatrice della polizia scientifica che, a causa dello stress accumulato per il tipo di lavoro svolto oltre che per un grave lutto subito, aveva deciso in passato di chiedere il trasferimento e abbandonare il lavoro sul campo.
Sandra però, suo malgrado, si ritroverà coinvolta nelle indagini.

“Il maestro delle ombre” è il terzo volume di un ciclo i cui protagonisti sono Marcus e Sandra Vega. I primi due titoli erano “Il tribunale delle anime” (2011) e “Il cacciatore del buio” (2014).

Il libro è perfettamente leggibile come romanzo a sé, non è necessario aver letto i due volumi precedenti per farsi affascinare dalla storia. Vi anticipo però che sarà difficile, se non impossibile, una volta terminata la lettura di questo terzo volume, resistere alla tentazione di recuperare i primi due libri.

Donato Carrisi si conferma ancora una volta uno dei nostri migliori scrittori di thriller, pochi come lui infatti sono in grado di tenere incollato il lettore alle pagine e ammaliarlo con il racconto di storie ad alta tensione e carica adrenalinica.

La lettura scivola veloce e sciolta grazie ad una scrittura pulita e scorrevole; ogni particolare, ogni singolo elemento si incastra alla perfezione regalandoci un quadro ed una visione d’insieme perfetta della storia.
Ogni elemento è ben studiato, nulla è lasciato al caso ed appare evidente la minuziosa ricerca e gli accurati approfondimenti eseguiti dall’autore per rendere il tutto il più credibile e realistico possibile.

Perfetta la caratterizzazione dei numerosi personaggi. I capitoli iniziali introducono ognuno un diverso soggetto ed il lettore incuriosito non vede l’ora di addentrasi nella narrazione al fine di riuscire a comprendere come questi personaggi interagiscano tra loro e come si inseriscano all’interno della trama del romanzo.

Il tema sul quale si basa la storia, ovvero l’idea del buio e dell’eclissi tecnologica, è un tema molto attuale che mette il lettore dinnanzi ad un qualcosa di davvero plausibile ed allo stesso tempo terribilmente angosciante nella sua verosimiglianza con una possibile realtà.
Ed è forse proprio questo lato credibile della storia che, più di ogni altra cosa, è in grado di risvegliare angosce e paure nel lettore rendendolo davvero partecipe e coinvolgendolo sempre più pagina dopo pagina.

Ero un po’ scettica sulla lettura di questo romanzo nonostante avessi letto dello stesso autore un altro libro, “La ragazza nella nebbia” (2015), restandone tra l’altro piacevolmente sorpresa.

Dopo “Angeli e Demoni” di Dan Brown sono usciti una serie infinita di romanzi con argomento e trama molto simili ed inevitabilmente temevo che questo di Carrisi potesse essere, nonostante ormai l’accreditata e meritata fama dell’autore, l’ennesimo libro dalla trama scontata appartenente a questo genere.

Donato Carrisi è riuscito invece a creare qualcosa di nuovo nonostante il filone sia ormai davvero molto sfruttato. Merita davvero di essere annoverato tra i migliori scrittori del genere e non stupisce affatto che i suoi thriller vengano esportati anche all’estero.

“Il maestro delle ombre” è un romanzo talmente avvincente ed appassionante, da consigliarne la lettura anche a chi non è particolarmente interessato al genere, perché grazie a questo romanzo potrebbe scoprire una nuova insospettata passione.





lunedì 26 dicembre 2016

“Il Principe” Niccolò Machiavelli (1469 – 1527)

IL PRINCIPE
di Niccolò Machiavelli
versione in italiano contemporaneo
di Piero Melograni
OSCAR MONDADORI 
Niccolò Machiavelli, storico, scrittore, drammaturgo, politico e filosofo italiano, è considerato il fondatore della scienza politica moderna.

Nato nel 1469, anno in cui Lorenzo il Magnifico divenne signore di Firenze, Machiavelli visse in un’epoca straordinariamente florida per la sua città.

Compose “Il Principe” nel 1513 quando, con il ritorno dei Medici a Firenze, accusato di aver preso parte alla congiura ordita da Pietro Paolo Boscoli e Agostino Capponi, fu allontanato dagli incarichi pubblici.

L’opera doveva essere dedicata in un primo momento a Giuliano de’ Medici, ma dopo la morte di questi sopraggiunta nel 1516, venne dedicata a Lorenzo de’ Medici, figlio di Piero de’ Medici  e omonimo del famoso Lorenzo il Magnifico.

“Il Principe” fu divulgato per circa vent’anni esclusivamente sotto forma di manoscritto e vide la stampa per la prima volta solo nel 1532, cinque anni dopo la morte del suo autore.

Nel 1552 l’opera era inclusa nel primo “Indice” dei libri proibiti dalla Chiesa.

L’opera si apre con la dedica a Lorenzo de’ Medici, nella quale Niccolò Machiavelli, con la speranza di non essere accusato di presunzione, dichiara la sua intenzione di voler mettere al servizio del Principe la sua conoscenza della dottrina politica, frutto di studi attenti e meticolosi eseguiti operando confronti tra le vicende antiche e quelle contemporanee.

Il libro è diviso in 26 capitoli. Ogni capitolo affronta un argomento specifico con l’intento di tracciare quelle linee guida necessarie al Principe per poter raggiungere il potere, esercitarlo nel migliore dei modi e soprattutto mantenerlo a lungo.

Sono evidenziati i vari tipi di principati (ereditari, misti, civili, ecclesiastici), i rapporti che intercorrono tra il principe e i propri eserciti (propri, mercenari, ausiliari, misti), i metodi per conquistare un principato e infine le qualità del Principe, le doti che devono essere sue proprie così come le capacità, i comportamenti da tenere e i sentimenti che il Principe deve essere in grado di suscitare nei sudditi.

Riuscire a riassumere il tutto in un semplice post di sole poche righe è davvero impresa impossibile e, ancora più impensabile, sarebbe riuscire a sviscerare ogni argomento a livello storico e letterario che quest’opera inevitabilmente ci pone innanzi.

Per questo preferisco lasciare alle varie antologie e agli assai numerosi saggi la trattazione più rigorosa e critica dell’argomento e portare invece alla vostra attenzione altri aspetti, primi tra tutti il valore di questa bella versione de “Il Principe” edita da Mondadori e pubblicata per la prima volta da Rizzoli nel 1991.

Piero Melograni (1930 – 2012) è autore sia dell’introduzione sia della versione del trattato di Machiavelli in italiano contemporaneo.

Il lettore è solito accostarsi agli scritti del Machiavelli leggendolo nella sua propria lingua ovvero il fiorentino cinquecentesco, lingua alquanto ostica per la maggior parte dei contemporanei.
In questa edizione invece il testo italiano a fronte rende decisamente più fruibili i contenuti facilitando il lettore nella comprensione degli stessi.
Il mio vivo consiglio però è sempre quello di leggere prima il capitolo in versione originale, per non perdere nulla della piacevole, concreta ed avvincente scrittura del Machiavelli.

L’introduzione affascinante e coinvolgente, scritta da Melograni, è la premessa ideale per avvicinarci al testo.

Piero Melograni, grazie alla sua straordinaria capacità di sintesi, è riuscito in poco meno di una trentina di pagine a riassumere gli aspetti principali della vita privata e politica del Machiavelli e, nello stesso tempo, a darci un quadro completo della fortuna delle sue opere e di come il suo pensiero abbia influenzato quello dei posteri nel corso dei secoli.

Ricorda inoltre come Jean-Jacques Rousseau nel suo “Contratto sociale” ritenesse il Machiavelli semplicemente un “buon cittadino” che aveva usato un artifizio per dare una lezione ai poveri, ovvero che il suo vero intento non fosse quello di ingraziarsi il Principe, ma piuttosto quello di mettere in guardia il popolo dalle miserie e dalle malefatte dei potenti.

L’intento vero di Niccolò Machiavelli in realtà era quello scaturito dal piacere di spiegare le regole della politica e formulare tesi che nessuno prima di lui aveva enunciato con tanta chiarezza e coraggio, senza ovviamente tralasciare l’idea di far cosa gradita, con il suo omaggio, a Lorenzo de’ Medici così da poter tornare quanto prima alla vita politica attiva.

Perché rileggere “Il Principe”? A costo di essere scontata e banale, non posso che rispondere: perché è un classico sempre attuale, un trattato profondo, inquietante ed estremamente “vero”.

Rileggendolo si ritrova tutta la forza e il fascino di un Machiavelli che purtroppo, nello studio scolastico, tende troppo spesso a ridursi a una mera sequenza di frasi fatte.

Rileggendolo avrete modo di fare vostri molti concetti che, alla luce di un percorso scolastico completo e grazie alle esperienze di vita vissute nel corso degli anni, assumeranno accezioni completamente diverse e molto più profonde.

Ho letto per la prima volta “Il Principe” all’età di 13 anni e questa rilettura è stata per certi versi una vera sorpresa. Ad una così giovane età non mi ero ovviamente soffermata sugli esempi storici che sono una parte importante del trattato, ma troppo noiosi per una ragazzina; sono quindi rimasta molto stupida da quanto alcuni concetti fossero rimasti, senza che me fossi mai resa conto, così radicati nella mia mente.

Ho letto molti libri da allora e alcuni li ricordo con estremo piacere, ma nessuno come “Il Principe” credo abbia attecchito così profondamente nella mia mente da lasciare, a distanza di numerosi anni, un’eco così forte dei suoi insegnamenti.

“Il Principe” è un libro da leggere lentamente per avere il tempo di assimilarne meglio i concetti e le idee.
E' una di quelle opere da leggere più volte  nel corso degli anni e perché no? magari tenerne una copia sul comodino per rileggerne un passo ogni tanto.

E’ necessario che un principe sappia servirsi
dei mezzi adatti sia alla bestia sia all’uomo.
Il principe è dunque costretto a saper essere bestia
e deve imitare la volpe e il leone.
Dato che il leone non si difende dalle trappole
e la volpe non si difende dai lupi,
bisogna essere volpe per riconoscere le trappole,
e leone per impaurire i lupi.